Bogogno, buco di 360mila euro ha scatenato la furia del killer

Trovate nell’appartamento trenta armi e un migliaio di munizioni. Il suo legale: «Sembra così pacato...»

Gabriele Villa

nostro inviato a Bogogno (Novara)

«Volevano portarmi via la casa». Il giorno dopo la fine assurda di tre vite in un torrido pomeriggio d’estate è come se le parole balbettate da Angelo Sacco, quell’uomo in mutande e calze rosse catturato e trascinato fuori quasi a peso dai carabinieri dei Gis, rimbombassero ancora come un sinistro avvertimento. Nel paesino tranquillo delle tranquille anime, alle porte di Novara, da ieri i conti non tornano più. Perché la storia di uno di loro, un buon diavolo, forse burbero, forse scontroso, taciturno e chiuso, ma pur sempre un buon diavolo, si è trasformata di colpo in un incubo lungo dieci ore. In un dannato labirinto di morte e di orrore in cui, per dieci lunghissime, estenuanti, ore, sono rimasti imprigionati e impotenti tutti: carabinieri, inquirenti, infermieri e medici tenuti in scacco e sotto tiro da quell’esperto d’informatica schiacciato dai debiti, 360mila euro, e dalla follia.
Che aveva deciso di far pagare al mondo il proprio fallimento nel peggiore dei modi: uccidendo. Sparando con tutta la precisione di un fanatico tiratore, appassionato di caccia. Preparando forse quella vendetta atroce contro tutto e tutti, con altrettanta, scientifica premeditazione nella sua lucida follia di uomo meticoloso. Al punto da allineare, al secondo piano della casetta di via Martiri dove ieri si è asserragliato, trenta tra fucili e pistole con una quantità, un migliaio, e una qualità, pallettoni da caccia al cinghiale, di munizioni tale da allungare ancor più quella scia di morte e sangue che ha lasciato dietro di sé. Fino a quando, pochi minuti dopo mezzanotte, è scattato il blitz dei reparti speciali dei carabinieri: sette secondi per far esplodere la porta, lanciare contemporaneamente alcune bombe urticanti e trovare il pluriomicida seminudo sul divano, disarmato e docilmente disposto a seguirli anche se con l’aria imbambolata e una pistola nascosta sotto il cuscino. «Mi è sembrato un uomo posato» dice il suo legale, l’avvocato Elisabetta Londi, dopo averlo incontrato in carcere a Novara dove è sorvegliato a vista. Quell’«uomo posato» che, da dietro le sbarre, non ha saputo altro che ammettere: «Se ho sbagliato pagherò».
Tre morti e nove feriti. Una furia omicida cominciata poco dopo le 14.30 di ieri, quando Sacco apre la porta e uccide a freddo sulle scale Claudio Morsuillo, 39 anni, geometra incaricato dal tribunale di Novara di periziare la casa pignorata di via Martiri. Prima fatalità di quella sorta di roulette russa innescata dalla follia di Sacco: non ci doveva essere Morsuillo a quell’ora e in quel luogo; era stato incaricato in extremis per sostituire un collega malato. Allertati dai vicini arrivano i carabinieri e, seconda fatalità, alla pattuglia si aggiunge l’appuntato Giampiero Cossu, trent’anni, appena uscito di casa e ancora fuori servizio. Sente l’allarme via radio, conosce la casa e lo stesso Sacco. Senza esitazioni inverte la marcia e si precipita in via Martiri. Scende dall’auto, s’incammina verso la scala per convincere Sacco ad arrendersi ma viene colpito a morte da una raffica. «L’appuntato Cossu - ha detto ieri il comandante dell’Arma, generale Luciano Gottardo in visita agli altri militari feriti e ricoverati all’ospedale di Borgomanero - si è esposto con la vita con uno slancio di generosità, donando se stesso a favore della collettività». La gente di Bogogno, che aveva imparato ad apprezzarlo per quello che era, «un ragazzo buono e semplice», si stringe oggi attorno alla vedova e alla piccola Lucrezia, tre anni, che da ieri ripete la stessa domanda: «Quando torna papà?». Fatto sta che anche dopo l’uccisione di Cossu la furia omicida di Sacco non si placa. Lui continua a sparare su qualunque sagoma umana si muova nei dintorni. È in quei momenti concitati e drammatici che, terza fatalità, transita sotto casa di Sacco un motociclista, Giovanni Parachini, 37 anni. Era giusto tornato a Bogogno per poche ore dalle vacanze. Il tempo di bagnare il giardino di casa e sarebbe ripartito. Sacco lo inquadra nel mirino e lo ammazza. Tre cadaveri che rimarranno a terra fino a notte, fino al blitz dei Gis, perché Sacco impedirà a chiunque di avvicinarsi, continuando a sparare all’impazzata per altre due ore e minacciando di continuare a farlo anche dopo l’accenno di una trattativa con gli inquirenti. Addirittura, come rivelerà il generale Saverio Cotticelli pochi minuti dopo la cattura dell’uomo, «infierendo sui corpi, colpendoli con nuovi proiettili, anche dopo averli visti a terra, morti». Altri carabinieri feriti si mettono al riparo trascinandosi a carponi, aiutati dagli uomini delle ambulanze: Omar Fresi, Marco Morea, Orazio Salnitro, Francesco Galeazzo, della tenenza di Borgomanero, Gino Verdone della stazione di Gozzano. Se la caveranno in poco tempo. Come, fortunatamente, non è in pericolo di vita anche se è grave un altro carabiniere, Davide Mondadori, di stanza nella caserma di Gozzano. «Siamo sconvolti, ma Bogogno reagirà» promette Andrea Guglielmetti, sindaco del piccolo comune. C’è ancora un silenzio assordante sotto la cappa d’afa che stringe questo paesino tranquillo.

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