Bologna come Praga

Si può paragonare Bologna ad una città dell’Europa orientale? Antonio Carioti (Corriere della Sera, 15 ottobre) lo nega, stabilendo una distanza tra il sindaco Renato Zangheri e la Praga di Gustav Husak. Non gli si può dare torto, ma bisogna stare attenti al cerchiobottismo che in Via Solferino è una pianta diffusamente coltivata.
In realtà, nella lunga introduzione al mio recente libro (Compagno cittadino. Il Pci tra via parlamentare e lotta armata, edito da Rubbettino), ho posto un problema che era stato affrontato nel 1914 da Mario Missiroli. Il futuro direttore del Corriere della Sera raccolse in volume, per Zanichelli, una serie di commenti apparsi sul quotidiano bolognese Il Resto del Carlino, intitolandolo Satrapia.
L’obiettivo era di mostrare a quale estremo era giunto il monopolio (e la relativa cultura) esercitato dall’organo di lotta delle masse bracciantili, la Lega, non solo verso gli agrari, ma anche verso gli operai agricoli che non aderivano ad essa né al partito socialista. Non era tollerato, ma neanche ammesso, il dissenso e quindi ogni forma di pluralismo, fino a fare dei paria, perseguitandoli, i trasgressori del principio della unità, in nome di quello autoritario dell’unanimismo. Anche il giovane Palmiro Togliatti convenne che il potere della Lega emiliana era destinato a restare una satrapia se, mettendosi al servizio del proletariato comunista, non si fosse tramutato in un Soviet. Dalla pentola nella brace, dunque.
Anche allora Bologna era diversa da Praga. Analogamente lo sarà dopo il 1945 e negli anni a metà degli anni Settanta quando la città petroniana ospitò, proveniente da Torino, un altro (molto più modesto) giovane, il sottoscritto, che aveva aderito ai «Quaderni rossi» (il gruppo di estrema sinistra di Torino creatosi intorno a Raniero Panzieri) e al bolognese «Classe e Stato» di Federico Stame. Nella cornice formale delle regole dello Stato di diritto ho visto funzionare, e in parte l’ho sperimentata sulla mia pelle (ma con meno danni, certamente, di quelli subiti dai braccianti non socialisti), una satrapia.
Cominciò con la fine della guerra di liberazione dal nazi-fascismo. Continuò con la catena di delitti politici, vendette personali, episodi terribili di odio di classe ecc. da parte di ex partigiani comunisti che segnarono gli anni dopo il 25 aprile 1945. Condannati o in attesa di giudizio molti di essi ripararono, con l’aiuto del gruppo dirigente comunista, proprio nella Cecoslovacchia di Husak. Insieme ai dirigenti della Volante rossa di Milano, questi emigrati volontari diedero vita, agli ordini di Francesco Moranino (che curava corsi di addestramento alla sovversione e all’uso delle armi nelle principali città ceche), un vero e proprio braccio armato del Pci. Fu opera loro la creazione di uno dei più disgustosi mezzi di comunicazione specializzato nello spaccio di falsità e nella denigrazione sistematica del regime democratico vigente nel nostro Paese, cioè Radio Praga. Carlo Ripa di Meana può spiegare come le trasmissioni venissero curate in Italia, negli uffici del Pci. Sulla base degli scritti di Alexis de Tocqueville (che allora Nicola Matteucci ci insegnava a conoscere, per la verità senza molto successo) si può chiamare dittatura della maggioranza il regime partitocratico creato a Bologna e in Emilia Romagna, al pari di ogni città «rossa». Il suo risvolto pratico è stato, e continua ad essere, il dominio praticamente assoluto del Pci sulla società civile, oltreché su ogni aspetto della vita istituzionale. Il clima pesante della partitocrazia comunista a Bologna non è diverso da quello di Praga. In Compagno cittadino ho cercato di mostrare (e lo farò più distesamente in un libro che sto completando) come il Pci, insieme all’Anpi, abbia alimentato a lungo (almeno fino alla fine degli anni Sessanta), un proprio esercito di riserva.
Questo apparato clandestino paramilitare costituisce un’ulteriore conferma della accettazione sous reserve, cioè non incondizionata, delle regole dello Stato liberal-democratico da parte dei comunisti italiani. Un partito rivoluzionario, come furono i comunisti, non poteva fare altrimenti. Esso ammette il duopolio (affidato al partito) delle funzioni di difesa e di offesa. Ma lo Stato di diritto prevede soltanto il monopolio della violenza legittima affidato a strutture e apparati pubblici.
Mi chiedo fino a che punto possa far parte di un ordinamento liberal-democratico, qual è quello disegnato dalla Costituzione, il prelievo di tangenti. Sulla base delle carte dei ministri repubblicani Ugo La Malfa e Randolfo Pacciardi, e del New York Times, ho documentato come negli anni Cinquanta il 15% del bilancio del Pci venisse coperto da commissioni (cioè tangenti) pagate a proprie società di intermediazione dalle imprese pubbliche e private, italiane e anche francesi, che intendevano commerciare con i Paesi dell’Europa orientale.
Questi prelievi sugli affari, interamente esentasse, si accompagnavano agli enormi finanziamenti che il partito comunista dell’Unione Sovietica ogni anno versava alle casse di Via delle Botteghe Oscure. Non si può continuare a scrivere la storia d’Italia mettendo in ombra, o tacendo, questo micidiale aspetto della «doppiezza» comunista. Analogamente non si può ridurre la sua politica a pura e semplice militarizzazione, insurrezionalismo, azioni di complotto. A mio avviso, è innegabile, anche se altamente contraddittorio, il contributo essenziale dato dai comunisti alla costituzionalizzazione di domande sociali di segno antagonistico. Lasciate a se stesse e non incanalate e governate avrebbero potuto avere una forza di delegittimazione per il fragile regime democratico del dopoguerra.
Purtroppo invece che come riforme sono state concepite come spallate al sistema, cioè rotture rivoluzionarie.