Bolzano, la Svp si spacca sull’appoggio al sindaco

Il partito diviso. C’è chi esclude ogni rapporto con la Casa della libertà e chi invece vorrebbe sostenere il neo eletto per evitare il ricorso al voto anticipato: «Rischieremmo un’ulteriore emorragia di consensi»

Stefano Filippi

nostro inviato a Bolzano

Il vigile impettito dietro il portone del municipio è precisissimo: «Il sindaco è arrivato alle otto e dieci». Comincia di buon mattino il nuovo lavoro di Giovanni Benussi. «Non ho la giunta, devo firmare tutto io», si giustifica senza perdere il sorriso. Chissà per quanto tempo resterà privo di assessori. E chissà se mai li avrà. Perché questo è il nodo che deve sciogliere entro un mese. Il paradossale sistema elettorale altoatesino, un maggioritario zoppo (elezione diretta del primo cittadino ma composizione proporzionale del consiglio senza premio di maggioranza), ha regalato a Benussi una prestigiosa poltrona di pelle, un bell'ufficio foderato di legno ma non un numero sufficiente di consiglieri per governare.
Benussi, eletto per soli sette voti, ostenta ottimismo. Sa che se entro 30 giorni dalla proclamazione non avrà calamitato almeno altri cinque consiglieri in aggiunta ai 21 di cui dispone (su 50), il Comune sarà commissariato e si tornerà alle urne. «Darei alle nuove elezioni appena il 10 per cento delle probabilità - dice il sindaco -. Nessuno ha interesse a tornare alle urne annullando questo risultato epocale. Credo che questa sia una questione amministrativa, non ideologica, e che si possa trovare un accordo o con la Margherita o con la Südtiroler Volkspartei, anche se mi muoverò a 360 gradi. Ho ricevuto dai partiti il mandato pieno a cercare i nuovi alleati e dalla settimana prossima mi metterò all'opera. Per ora voglio lasciar decantare la situazione in modo che ognuno rifletta. Le situazioni a caldo sono le più difficili da gestire».
Il messaggio è rivolto in primo luogo agli otto consiglieri del Partito popolare sudtirolese. Ieri, a caldo, il presidente della Provincia autonoma Luis Durnwalder si era dimostrato possibilista, non escludendo un appoggio tecnico. Ma il presidente della Svp, Elmar Pichler Rolle, gli aveva subito ribattuto. E in serata una burrascosa riunione ha sancito che «nessun patto è possibile con la destra». Durnwalder, un uomo pragmatico che deve gestire il faraonico bilancio di cinque miliardi di euro, parla da rappresentante delle istituzioni e mette la governabilità al primo posto. Ma il partito di cui è espressione non vuole avere nessun contatto con il primo sindaco del dopoguerra eletto senza l'appoggio del gruppo etnico tedesco. Anche l'eurodeputato Michl Ebner, un imprenditore che invita costantemente al dialogo, ha chiuso la porta.
La Svp è un partito strano. È costruito sul modello della vecchia Dc, interclassista e corporativo, fondato per rappresentare non ideologie ma gli interessi di un gruppo etnico. Tutti gli altoatesini di lingua tedesca vi si possono riconoscere, così come gli italiani specularmente fanno di An il primo partito in difesa della propria nazionalità. Funziona così da oltre cinquant'anni. In provincia la Svp ha la maggioranza assoluta in 105 comuni. A Bolzano, dove la presenza italiana è più forte, naviga tra il 16 e il 17 per cento.
In ogni altro Paese europeo sarebbe un partito di centro, conservatore, moderato. Il fratello minore della Csu bavarese. Da noi però non funziona così. Il periodo fascista è ancora vivo nella memoria di molti e ha spinto la Svp ad allearsi con il centrosinistra a Bolzano come a Roma. Il collante anti-italiano stavolta però non è bastato. Alla vigilia del voto, il presidente Pichler Rolle ha inviato una lettera a tutti gli elettori tedeschi per metterli in guardia dai «post-fascisti». Propaganda che ha sempre funzionato fino a domenica. Ora la Svp si trova in minoranza, ma paradossalmente indispensabile per formare una nuova giunta. Il partito, che dal dopoguerra gestisce fette sempre crescenti di potere e montagne di soldi via via più alte (Eva Klotz, l'irredentista della Val Passiria, chiama la Svp una «mangiatoia»), è a un bivio: appoggiare un'amministrazione di centrodestra rinunciando al suo passato o rispedire Bolzano a votare, con il rischio di perdere altri consensi. Durnwalder e Pichler Rolle, i due volti di un piccolo partito sull'orlo di una crisi di nervi.

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