Dalla bomba al Colosseo agli Uffizi di Firenze I tesori d’Italia non sono al sicuro: forti rischi

Inchiesta del <em>Giornale</em> su tutti punti deboli dei nostri beni culturali. Ai Fori di Roma debole la sorveglianza video, a Brera sistemi d’allarme
vecchi, a Firenze continui vandalismi. E Pompei visitata da intrusi notturni. Nel 2007, a Firenze, un giornalista entrò agli Uffizi armato con un coltello. La denuncia di Resca: &quot;In alcuni celebri musei apparati di vigilanza poco efficaci&quot;

Si ha un bel dire che l’Italia è appoggiata su un giacimento di petrolio, su una pentola d’oro che più enorme non si può, su una rendita economica eterna, insomma, sui suoi beni artistici: beni che tutti insieme - 4,7 milioni di oggetti e 600mila siti tra chiese, musei e luoghi di interesse archeologico - sarebbero la metà di quelli mondiali. Questa «rendita» andrebbe anche protetta. Invece, il falso allarme della bomba al Colosseo ha portato alla luce il problema di una sorveglianza troppo disattenta, o quantomeno ineguale da città a città. «La Pinacoteca di Brera a Milano - ha detto il direttore per la Valorizzazione del patrimonio culturale Mario Resca - o il Museo Archeologico di Napoli hanno sistemi di controllo poco efficaci e vecchi. Bene, invece, i Musei Vaticani». Sì, ma non sono in Italia...
Da noi, fintanto che i «terroristi» si chiamano Graziano Cecchini (che nel 2007 colorò di rosso per poche ore la Fontana di Trevi e che l’anno dopo fece scivolare mezzo milione di palline colorate da Trinità dei Monti) i loro «raid» possono persino far sorridere. Più spesso, vandali e attentatori non hanno modi così ironici e «futuristi». I luoghi en plein air sono quelli più a rischio e non sempre si può fare come col David di Michelangelo, tolto da piazza Signoria a Firenze nel 1873 e lì ricollocato in versione «clone» nel 1910. Nel caso di Firenze, poi, bisognerebbe fare un clone dell’intera città, che è un museo a cielo aperto: dopo l’11 settembre il Duomo, il Battistero e il campanile di Giotto divennero luoghi «sensibili» e godettero per qualche tempo di sistemi di sicurezza sopra la media (si spesero pure 1,5 milioni di euro per mettere Palazzo Pitti sotto videosorveglianza). Ma l’allarme scemò. Oggi, per dire, gli Uffizi hanno una cabina di regia e i filmati vengono conservati solo per 72 ore. I controlli all’ingresso - metal detector e custodi - a volte funzionano (allungando la coda dei turisti) a volte no, come ha dimostrato un giornalista che quattro anni fa riuscì a entrare con un coltello. Nel resto di Firenze, con una certa frequenza, il Perseo del Cellini, il Ratto delle Sabine del Giambologona, la fontana dei Leoni a Pitti fino alle statue ottocentesche, come Dante in Santa Croce o il Re alle Cascine, sono vittime di vandalismo.
Per non dire di Roma: non passa ormai mese che non arrivi notizia di qualche furto o qualche sfregio a Cimitero del Verano, soprattutto nel Pincetto, la parte più antica: eppure il luogo, per la quantità di opere d’arte che contiene, è sotto la tutela della Soprintendenza. Probabile che le ben 2500 telecamere del Comune non arrivino fin lì (non arrivano nemmeno ai Fori Imperiali, dove ce ne sono pochissime per una zona molto estesa).
Anche la sorveglianza di Venezia è scarsa, nonostante la quantità di opere d’arte e di architettura presenti: è vero che, per esempio, con il trasferimento dell’Accademia di Belle Arti, un anno fa, le Gallerie dell’Accademia hanno guadagnato 6000 metri quadrati in più, ma basterà l’attuale impianto di allarmi ad ultrasuoni e a barre laser?
Pure a Milano capita sovente che un graffitaro lasci indisturbato la sua firma sui muri del IV secolo delle colonne di San Lorenzo, a due passi dal Duomo. Va meglio la sorveglianza del Cenacolo leonardesco: mancano gli armadietti per le borse dei turisti e quando, anni fa, l’assessore alla cultura Vittorio Sgarbi disse che sarebbe stato bello permettere l’ingresso al Cenacolo all’ora di cena, gli fu risposto che mancavano «fondi e personale» (figuriamoci oggi con la crisi), ma vi sono allarmi (a tenda e volumetrici) collegati alle forze dell’ordine. Idem a Brera, che risulta essere passabile in fatto di sorveglianza dei beni artistici (parola non di Resca, ma della Uil dei beni culturali, che però reclama a gran voce task force per luoghi meno protetti, come il Colosseo).
Napoli, persino nelle sue sedi istituzionali, è messa peggio: a marzo scorso fu rubato un quadro del Seicento dall’ufficio del sindaco Jervolino, al suo posto venne messa una copia e nessuno se ne accorse. Per non parlare delle «visite private» che molti (più tombaroli che innamorati) fanno nottetempo a Pompei, nonostante le telecamere sorveglino il perimetro degli scavi e i filmati vengano archiviati per 30 giorni.
Ma tutta Italia è a rischio: per fare un altro esempio, la villa romana del Casale a Piazza Armerina, in provincia di Enna, è stata più volte oltraggiata, così come le chiese dei dintorni, in particolare quelle di San Giovanni e San Giuseppe. Già, le chiese: capitolo amaro. Quelle che, nelle città d’arte, decidono di far pagare un biglietto di ingresso (come il Duomo; San Lorenzo e Santa Croce a Firenze) possono reinvestire nella sicurezza, tutte le altre devono affidarsi agli occhi dei relativi parroci. O a quelli del Signore.