LA BOMBA FRANCESE

La sorpresa del giorno, nell’ambito della guerra al terrore, non viene da un impervio rifugio montuoso fra l’Afghanistan e il Pakistan bensì da una base navale nell’Atlantico. E non sono parole inglesi, ma francesi. È Jacques Chirac ad alzare d’improvviso la «soglia», a introdurre inopinatamente nel complesso gioco diplomatico l’opzione nucleare, non quella americana bensì la force de frappe di Parigi. Con parole dure, rivolte a un obiettivo non immediatamente identificabile e soprattutto sorprendenti in bocca all’uomo che da almeno quattro anni è considerato il leader naturale della opposizione alla guerra, se non addirittura del pacifismo in tutta Europa.
Oggi Chirac si riserva invece il diritto a «rispondere con armi non convenzionali a quegli Stati che dovessero usare mezzi terroristici contro di noi». «Non convenzionale» significa, lo sanno tutti, «nucleare» e la Francia aveva sempre adottato una linea strategica molto chiara: la sua atomica può essere usata solo in caso di estrema necessità, in una guerra difensiva e, in tale eventualità, in modo «massiccio».
Un vero e proprio «salto di qualità». Un modo nuovo di considerare la costellazione delle forze politico-militari, la collocazione e la natura dei pericoli. Fin da quando Charles De Gaulle (e sono passati più di quarant’anni) volle ed ottenne una force de frappe autonoma, non integrata nella Nato e indipendente dallo «scudo» americano che ai tempi della Guerra Fredda proteggeva l’Europa Occidentale, si è trattato di un deterrente su basi strettamente territoriali: per la protezione degli «interessi vitali» della Francia, definiti come «l’integrità del suo territorio, la protezione della sua popolazione e il libero esercizio della sua sovranità».
Adesso evidentemente c’è qualcosa di cambiato. La «dottrina» si adegua ai nuovi pericoli in giro per il mondo, che non hanno più tutti una base territoriale. Chirac, certo, continua a parlare di «Stati» quando si riferisce al terrorismo e intende quei Paesi «che possano pensare di usare, in un modo o nell’altro, armi di distruzione di massa contro di noi. In questo caso la nostra risposta potrebbe essere convenzionale, ma anche di un altro tipo».
Che include il nucleare e che, soprattutto, diventa «flessibile». Chirac nega che, almeno nei confronti di una «potenza regionale», la scelta debba essere «fra l’inazione e la distruzione» e insiste invece sulla necessità di una forza strategica che possa reagire in misura proporzionata contro i centri del potere nemico.
Un discorso sorprendente ma abbastanza chiaro. Resta da stabilire perché l’uomo dell’Eliseo l’abbia fatto oggi e a chi si riferisse. Quale sia, insomma, l’identità di una minaccia considerata evidentemente così grave da mutare così radicalmente la linea francese. Non può essere evidentemente l’Irak, dove quelle armi non ci sono mai state e che comunque adesso è sotto controllo americano. Difficilmente è la Corea del Nord, troppo lontana dalla geografia e dagli interessi di Parigi. Le tensioni del giorno riguardano l’Iran, dove gli ordigni nucleari si stanno costruendo, le pressioni internazionali per impedirlo sono forti e si diffonde un senso di urgenza. La Francia sta conducendo a Teheran un gioco diplomatico serrato che si può definire, nel lessico della diplomazia ottocentesca, come «neutralità armata». Le parole di Chirac potrebbero essere un monito proprio in questo senso.