Bombe sulle elezioni in Iran Nove morti e decine di feriti

Teheran accusa gruppi filo-arabi sostenuti dagli Stati Uniti

Gian Micalessin

Due mesi fa era rivolta, adesso è terrorismo e strage. Un terrorismo che dilaga dalla periferia della Repubblica islamica fino al cuore di Teheran. A cinque giorni dalle elezioni presidenziali iraniane una serie di attentati ha colpito prima la turbolenta provincia del Kuzhestan, al confine con l’Irak, poi in serata il centro di Teheran causando un totale di almeno nove morti e 75 feriti. Tutto inizia in mattinata con l’esplosione di due autobombe e di altri due ordigni davanti a edifici pubblici di Ahvaz, il capoluogo del Kuzhestan, già teatro in aprile di violenti scontri etnici. Dopo le bombe di Ahvaz, costate la vita ad almeno sette persone e il ferimento di una cinquantina, arriva in tarda serata quella di Teheran. Secondo Jahanbakhsh Khanjani, portavoce del ministero degli Interni, «l’esplosione ha ucciso due passanti e ne ha feriti tre». L’ordigno, nascosto in un contenitore di plastica, è stato fatto esplodere nella centralissima e affollata piazza Imam Hussein.
Il quadruplo attentato di Ahvaz è stato messo a segno con due auto imbottite di esplosivo piazzate davanti alla prefettura e a un ufficio amministrativo, e con due ordigni esplosi all’interno e all’esterno della residenza del direttore dei programmi radiotelevisivi locali. Gli attentati sono stati rivendicati dalle sconosciute «Brigate dei martiri rivoluzionari di Ahvaz», mentre il «Fronte democratico popolare del Khuzestan», un’organizzazione indipendentista protagonista della rivolta di aprile, nega ogni responsabilità.
Il Khuzestan, provincia a maggioranza araba fonte dell’80 per cento del greggio iraniano, è in ebollizione da due mesi. La rivolta scoppiò il 15 aprile quando tra le tribù arabe della zona si diffusero copie di una lettera di sette anni prima, con cui l’allora vicepresidente Mohammed Alì Abtahi suggeriva la colonizzazione della provincia con immigrati di origine persiana. La smentita di Teheran, che definì falsa la missiva, servì a poco. Le folle arabe dilagarono nelle vie di Avhaz fino a quando, dopo i primi morti, intervennero i pasdaran. La rivolta insospettì Teheran, che accusò Cia e Stati Uniti di lavorare per minare l’integrità territoriale iraniana. Sospetti moltiplicati dalle voci secondo cui Said Taher Naam, numero due del Fronte del Khuzestan, sarebbe stato ricevuto alla Casa Bianca il 23 aprile. E ieri l’Iran ha accusato gruppi «terroristici» e separatisti filo-arabi venuti dall’Irak e sostenuti dagli americani di essere responsabili degli attentati.
A preoccupare ancora di più Teheran è la vicinanza dell’appuntamento elettorale. A differenza delle presidenziali del passato, vinte con grande scarto dal favorito di turno, queste elezioni sono piene di incognite. La destra conservatrice, destinata inizialmente a stravincere, rischia una sonora sconfitta a causa del rifiuto dei suoi tre candidati a ritirarsi per costituire un fronte unico. La frammentazione del voto conservatore sembra agevolare il ritorno dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, candidatosi e dato per favorito, anche se poco amato dagli elettori. Le lotte intestine della destra potrebbero però aprire la strada a un’inattesa vittoria riformatrice. Soprattutto se i giovani voteranno in massa per il candidato Mostafa Moin.
Un trionfo riformista seguito da un’agguerrita reazione dell’estrema destra potrebbe rivelarsi destabilizzante. Soprattutto se a scontri e disordini si aggiungessero nuovi incidenti nel Kuzhestan o in altre province.
Ieri polizia e gruppi di militanti islamici hanno disperso gruppi di studenti riuniti davanti all’università per contestare il processo elettorale. In questo clima di tensione anche un possibile ballottaggio rischia di rivelarsi destabilizzante. Attualmente nessuno dei candidati sembra in grado di superare al primo turno la soglia del 50 per cento, e quindi sembra probabile il ricorso a quel ballottaggio mai sperimentato prima in 26 anni di Repubblica islamica. Il prolungamento della competizione elettorale in un clima di alta tensione mette però a più dura prova la sicurezza del Paese. Soprattutto se ai disordini interni si aggiungeranno bombe e attentati terroristici di matrice sconosciuta.