Bongiorno: "Basta pregiudizi, non è un'immunità totale"

Il presidente della commissione Giustizia di Montecitorio: "Questa formulazione, che accoglie anche le richieste della sinistra, dovrebbe soddisfare tutti"

Roma - Onorevole Giulia Bongiorno, in passato lei ha avuto delle riserve sulla legge che sospende i processi alle massime cariche dello Stato. Ora il Lodo Schifani bis sta per approdare al Consiglio dei ministri: come la pensa?
«È giusto fare il provvedimento, ma alla luce della sentenza della Corte Costituzionale che nel 2004 non bocciò il principio, ma le modalità. Fu una sentenza-pilota perché, da un lato, riconobbe la rilevanza del principio secondo cui è necessario “assicurare serenità allo svolgimento delle funzioni delle alte cariche dello Stato” e, dall’altro, anche se indirettamente, formulò dei rilievi che permettono di fare un’importante distinzione tra “immunità sostanziale” e sospensione temporanea dei processi. La Consulta inquadrò lo scudo, che chiamerei Lodo Alfano perché lo propone il ministro, come norma processuale ben diversa dall’immunità sostanziale, che sottrae per sempre alcuni soggetti alla giurisdizione. Quello che invece viene proposta adesso è una legge che sospende temporaneamente i processi per un solo mandato e che è rinunciabile da parte dell’interessato».

C’è chi dice che serve una legge costituzionale.
«Invece quella sentenza della Consulta, se letta attentamente, lascia aperta la strada della legge ordinaria, proprio perché consente di fare una distinzione tra immunità, che richiederebbe la via costituzionale, e sospensione a tempo dei processi».

Sulla tutela delle massime cariche anche l’opposizione dice di non avere pregiudiziali, ma contesta l’urgenza e l’opportunità di approvare il Lodo ora, quando è pendente il processo Mills per il premier.
«Il mio parere è che oggi la priorità nel campo della giustizia sia l’interesse della collettività e quindi l’efficacia e la rapidità dei processi. Ma le due cose possono muoversi su corsie parallele. Il governo sta già lavorando per risolvere i problemi generali della giustizia: il ministro Alfano si è occupato, ad esempio, del disegno di legge per il processo civile e io chiedo una riforma organica sulla giustizia penale. Accanto al Lodo dobbiamo approvare i primi interventi in questo senso, altrimenti si arriva alla rinunzia della giustizia da parte del cittadino».

È recuperabile un dialogo con l’opposizione?
«Mi rendo conto che ci sono stati molti scontri, ma se il Lodo ha certe caratteristiche, che soddisfano anche le richieste dell’opposizione, non vedo perché non si possa trovare un accordo. Se la preoccupazione è che Berlusconi passi un domani da Palazzo Chigi alla presidenza della Repubblica, fissare un solo mandato per lo scudo dovrebbe essere soddisfacente per tutti. Possiamo chiedere al centrosinistra di fare una riflessione serena su questo testo che, con la sottrazione solo temporanea alla giurisdizione, non credo che possa prestare il fianco a obiezioni. L’introduzione della sospensione per un unico mandato consente all’opposizione di riconoscere che nel provvedimento c’è anche il suo segno. Insomma, basta con gli scontri di principio, ragioniamo sulle modalità».

Dall’opposizione viene la richiesta di stralciare gli emendamenti sospendi-processi dal decreto-sicurezza, in cambio dell’appoggio al Lodo.
«L’idea dello scambio è qualcosa che rifiuto. Bisogna ragionare sulle singole norme, valutare il Lodo senza condizionamenti, per quello che è e non contestarlo per principio, pregiudizialmente. Se ci sono modifiche da fare agli emendamenti sospendi-processi i tempi alla Camera ci sono e si può anche tornare al Senato. L’importante è non restare bloccati sullo scoglio di queste norme».

Che una maggiore celerità dei processi sia una priorità lo dimostrano anche le ultime scarcerazioni di pericolosi esponenti della mafia garganica.
«E appunto per evitare episodi come questi serve una riforma organica. Molto importante è anche la capacità dei capi degli uffici di farli funzionare. In Commissione ho voluto ascoltare due magistrati definiti “campioni d’efficienza”, come il procuratore di Bolzano, Cuno Tarfusser e il presidente del Tribunale civile di Torino, Mario Barbuto. Con il loro lavoro per ridurre l’arretrato, tagliare le spese e aumentare l’efficienza degli uffici hanno dimostrato quanto pesa l’approccio che abbiamo tutti insieme noi operatori del diritto, magistrati e avvocati. Troppo spesso si attribuisce l’intera responsabilità del malfunzionamento della giustizia a leggi fatte male o a leggi che mancano (e il problema esiste), ma questa è la prova di quanto influisca l’impegno dei capi degli uffici per organizzarsi, motivare gli altri, umanizzare il lavoro, utilizzare risorse che ci sono e che magari non vengono recuperate o che vengono sprecate».