Bonino, la Difesa che non c’è

La radicale Emma Bonino chiede il ministero della Difesa. Molti hanno commentato: è il posto giusto per lei. Ne siamo sicuri? È così pacifico che la rosapugnante sia quel che ci vuole per un ministero che oggi è diventato fondamentale nell'azione di governo? Il profilo e il curriculum della Bonino sono davvero adeguati? Francamente, nonostante i molti lati positivi della sua storia e azione politica, abbiamo qualche dubbio e spieghiamo perché proprio Emma Bonino è unfit, inadatta per quell'incarico.
La filosofia politica della Bonino è quella del principio gandhiano della non-violenza. Ecco un passaggio della sua biografia:
«Da quasi trent'anni l'attività politica di Emma Bonino è stata caratterizzata dalla rigorosa applicazione della pratica "nonviolenta", definita e adottata dal Mahatma Gandhi ed ora praticata dal Partito radicale Transnazionale. Questo spiega la sua frequente partecipazione a scioperi della fame e della sete, così come in atti di disobbedienza civile, che hanno accompagnato le principali campagne del suo partito. L'obiettivo dell'attivista nonviolento è quello di esercitare pressione affinché le istituzioni rispettino loro stesse e le proprie leggi. Atti di disobbedienza civile mirano a mostrare l'inadeguatezza e l'iniquità di una legge particolare, e la necessità di cambiarla non contestandola a parole, ma applicandola "fino alle sue estreme conseguenze", per esempio confessando che la si è violata e affrontando quindi il processo che ne deriva e che avrà un valore esemplare per la collettività».
La Bonino gandhiana e non-violenta si è spesa in questi anni per il raggiungimento di un altro obiettivo importante: «È promotrice per l'istituzione di una Corte Penale Internazionale permanente (Conferenza Diplomatica di Roma e approvazione dello Statuto nel 1998)».
Fermiamoci, per ora, su questi due punti: la pratica della non-violenza e il Tribunale penale internazionale. Cosa fa un ministro della Difesa? I compiti sono enormi, perché non solo è il massimo organo gerarchico e disciplinare dell'amministrazione militare e civile, ma è colui che attua le decisioni del governo sottoposte al Consiglio Supremo di Difesa, emana le direttive sulla politica militare, partecipa ai summit internazionali, pianifica le operazioni militari insieme ai Comandanti, illustra la strategia al governo e al Parlamento, si occupa di tutti gli aspetti finanziari e di investimento, mantiene i rapporti con il settore industriale pubblico e privato. Non siamo più di fronte a un politico che deve passare in rassegna le truppe durante le parate militari, il ministro della Difesa, di fatto, è non solo un manager di altissimo livello che deve conoscere i fondamenti dell'economia (e l'economia della guerra), ma anche il Commander in chief dei nostri soldati. È l'ultima frontiera della politica prima della trincea.
La Bonino che si ispira alla filosofia gandhiana non-violenta mal si concilia con la missione primaria di qualsiasi esercito di una grande potenza: la difesa e l'offesa. Leggiamo The Cambridge History of Warfare per schiarirci le idee su quale sia lo scopo di un esercito: «Destruction of the enemy forces is the overriding principle of war». La distruzione delle forze nemiche, secondo la classica teoria di Clausewitz. Conflitto che secondo il bellum romanum è «war without mercy», guerra senza perdono.
Si dirà che l'Italia non è in guerra, ma in missione di pace. Benissimo. Durante la battaglia dei ponti a Nassirya però i nostri soldati erano in assetto di guerra. E lo Stato Maggiore dell'Esercito era in costante contatto con il teatro operativo e con il ministro della Difesa. La filosofia non-violenta si può conciliare con tali scenari? Francamente nutriamo più di qualche dubbio.
Essendo non-violenta e attenta da sempre all'agenda internazionale, la Bonino è anche la Fondatrice (1978) e Segretaria dell'associazione «Food and Disarmament International», che ha lanciato una campagna contro la fame nel mondo basata sul «Manifesto dei Premi Nobel» (firmato da 113 Nobel).
Anche in questo caso siamo di fronte a un nobile obiettivo. Il problema è però che ci sembra leggermente contraddittorio vedere un ministro della Difesa che si batte per il disarmo, mentre uno dei suoi compiti istituzionali è quello di assicurare il primato tecnologico del suo esercito. La storia ci insegna che anche quando il numero dei soldati sul campo era sfavorevole alle armate occidentali, la supremazia era assicurata dal migliore armamento, dalla disciplina e dall'allenamento delle truppe.
Una Difesa che si rispetti oggi ha bisogno di stanziamenti sempre più imponenti per non perdere primato tecnologico e professionalità. Il ministro ha un costante rapporto con le industrie del settore, ne segue e incoraggia gli sviluppi nella ricerca e nel perfezionamento di nuove armi. In questo processo sono coinvolte aziende importanti del nostro sistema industriale: Finmeccanica, Fincantieri e Alenia, tanto per citare le principali. Non c'è spazio dunque per alcuna politica di disarmo, casomai il contrario.
Veniamo alla questione del Tribunale Penale Internazionale. La Bonino ne è una importante promotrice, ma il nostro principale alleato sullo scacchiere mondiale, gli Stati Uniti (insieme a Israele, Cina e altri), non ha mai ratificato lo Statuto e addirittura ha previsto delle sanzioni contro quei Paesi che affermano la supremazia della garanzia di giustizia sopranazionale di fronte alle più gravi violazioni dei diritti umani. Traduzione: un soldato americano che opera in zona di guerra non può essere giudicato da quel tribunale, ma dalla Corte Marziale degli Stati Uniti. Si tratta di una scelta logica: se gli Usa muovono guerra, non possono cedere a terzi lo scettro del giudizio sui propri soldati.
Quando gli Stati Uniti introdussero il sistema di sanzioni economiche, l'organizzazione «Non c'è pace senza giustizia» condannò la decisione americana con queste parole di Sergio Stanzani, storico esponente del Partito radicale: «È emblematico come questa notizia ci giunga in occasione della celebrazione della giornata internazionale dei diritti umani, in un contesto in cui gli Stati Uniti avrebbero senza dubbio più da guadagnare che da perdere dando forza alla Corte Penale Internazionale, criticati duramente per lo stato di detenzione dei prigionieri di Guantanamo Bay e per le torture nelle carceri Irachene». E a questo punto forse qui è il caso di ricordare che Emma Bonino è tra i fondatori delle Ong «Non c'è Pace Senza Giustizia» e «Nessuno Tocchi Caino».
L'impegno internazionale della Bonino in favore dei diritti umani è nobile e autorevole, ma la missione di un ministro della Difesa è differente. Impegnato in una guerra globale contro il terrorismo, l'Occidente oggi è di fronte a un vecchio imperativo: assicurarsi la storica supremazia militare. Come ricorda sempre The Cambridge History of Warfare, nel 1800 gli Stati Occidentali controllavano il 35 per cento della superficie terrestre, nel 1914 questa era salita all'85 per cento. È la storia a riportarci con i piedi per terra: la predominanza militare e tecnologica salvò l'Occidente nella battaglia di Salamina (480 a.c.) e in quella di Lechfeld (a.d. 955) e ne espanse il dominio nella battaglia di Tenochtitlàn (1519-21) e in quella di Plassey (1757).
E la storia ama ripetersi: oggi il terrorismo ha varato la strategia della guerra asimmetrica, gli obiettivi sono imprevedibili (e quasi tutti civili), il nemico virtualmente invisibile. Siamo in presenza inoltre di uno scenario di proliferazione nucleare e di ascesa del fondamentalismo islamico.
Siamo davvero ancora certi che la Bonino - quella storicamente gandhiana e non-violenta - sia il ministro della Difesa migliore? O visto il curriculum, la grande esperienza e conoscenza del mondo arabo, non sarebbe più adatta per lei una destinazione agli Esteri con la delega alla Cooperazione? Va bene battersi per le poltrone, ma le battaglie vere, quelle dove si va a morire, le fanno altri. Forse quando si spartiscono i ministeri è bene ricordarsene.