Boom di "turismo del relitto"

<div>Gli abitanti del Giglio sono preoccupati da una catastrofe ambientale che metterebbe a rischio l’estate. Ma traghetti e ristoranti sono pieni fuori stagione</div>

Vista dalla terraferma, l’Isola del Giglio è l’ultima arrivata fra le località «baciate» dal boom del cosiddetto turismo macabro, con migliaia di gitanti del fine settimana, e non solo, che affollano i traghetti per la curiosità di vedere e fotografare da vicino la Costa Concordia sdraiata a Punta Gabbianera. Se non per essere testimoni del recupero di un cadavere o di qualche spettacolare operazione collegata alla «messa in sicurezza» del relitto.

Vista con gli occhi dei gigliesi, invece, è la perla dell’Arcipelago toscano che vanta il premio 2008 di Legambiente per il mare più pulito d’Italia e che ora teme una mazzata dalla quale rischia di risollevarsi fra chissà quanti anni. A causa dei possibili strascichi ambientali del naufragio del 13 gennaio o dell’allungamento dei tempi di rimozione di quel che resta della Concordia. Domenica Franco Gabrielli metteva le mani avanti e parlava di «7/10 mesi»? E lunedì appare lo striscione che parafrasando De Falco gli intima «tolga la nave, cazzo».

Il via vai di forze dell’ordine, protettori civili di varia estrazione e specializzazione, giornalisti, fotografi e, soprattutto, la massa dei disaster tourist induce albergatori, ristoratori e baristi a fregarsi le mani. Ma anche loro, i gestori di hotel e locali pubblici, sanno che l’effetto boomerang è reale, che l’improvvisa notorietà planetaria dell’isola può rivelarsi molto controproducente. Lo sanno quanto le agenzie immobiliari, che con circa 9.000 posti letto delle seconde case soddisfano oltre il 50% della domanda di alloggi estivi al Giglio e che di solito in questo periodo iniziano a ricevere qualche prenotazione che ora non arriva. O quanto il sindaco, Sergio Ortelli, che dice: «Prima ancora della rimozione, c’è un rischio di danno ambientale che va evitato. Valuteremo l’ipotesi di richiesta danni e di costituzione in parte civile».

La presidentessa della Pro loco, Samanta Brizzi, spiega al Giornale: «Se soltanto si parla di inquinamento, di recupero del carburante che va per le lunghe, scatta la paura. Prima di tutto per noi stessi abitanti, che siamo abituati a mangiare i gamberi crudi, e poi per i turisti. Tutti ci si preoccupa della salute. I veri amanti del Giglio, gli habitué, magari non ci abbandoneranno ma gli altri... Basta qualche titolo sui giornali e in tv, e cercheranno il mare pulito altrove. È per questo che siamo preoccupati». Quando le si chiede dei gitanti del macabro - che dopo Cogne, Perugia e Avetrana sono sbarcati in forze al Giglio - la Brizzi risponde: «Bar e ristoranti sono pieni. Ma non siamo attrezzati per il turismo fuori stagione. Chi affitta una casa in questo periodo forse non ci perde ma certo non ci guadagna. E poi...». Che cosa? «Non c’è solo l’economia - s’infervora -. Se ci tolgono il mare ci tolgono tutto. Dove c’è la nave andavamo a raccogliere le ostriche. Chissà se potremo farlo ancora».

Tornando al business, al Giglio arrivano ogni anno circa 300mila visitatori, con punte agostane superiori a 50mila, e il turismo produce un fatturato stimato di 100 milioni. Se il 50% dei vacanzieri spaventati, poco importa se a torto o a ragione, dovesse scegliere altre località per le prossime ferie estive il danno potrebbe ammontare a 50 milioni di euro.

Ma i traghetti pieni e le tante foto amatoriali con relitto sullo sfondo finite su internet rischiano di far passare il comitato spontaneo pro-Giglio costituito ieri per quello che non è: un piagnisteo orchestrato per spillare aiuti pubblici.