In Borsa tutti "a occhi chiusi": così gli italiani pagano la crisi

Un’indagine Consumatori Associati rivela: sette risparmiatori su dieci non conoscono i prodotti finanziari che sottoscrivono, comprano di tutto senza leggere la modulistica.
Pronto un progetto di legge sull’educazione finanziaria<br />

La bufera non è passata, soffia ancora forte il vento della crisi sui mercati finanziari di tutto il mondo. E, in Italia, si aggiorna la conta dei danni. A cominciare dal «pacco» Lehman Brothers, costato all’Italia qualcosa come 4,3 miliardi di euro, molto più degli shock Cirio e Parmalat messi insieme. Così il Tesoro rende ufficiali le perdite dei risparmiatori italiani: 1 miliardo e 300 milioni, a cui si sommano altri «buchi» per 450 milioni derivanti dai titoli in gestione patrimoniale e quelli nei portafoglio dei fondi comuni. Una débacle a ciel sereno che ha colto gli italiani impreparati, come rivela un’indagine di Consumatori Associati.

Comprare bendati. I risultati di oltre 600 interviste telefoniche rivolte a un panel di risparmiatori di diverse aree geografiche del Paese delinea uno scenario preoccupante sul grado di consapevolezza da parte di chi acquista sul mercato finanziario. Il 65 per cento degli intervistati, infatti, non è in grado di comprendere le caratteristiche minime dei contratti sottoscritti. Molti non sanno nemmeno distinguere concetti come prestiti personali, o la differenza tra carta di credito e di debito. Come se non bastasse, sette consumatori su dieci ammettono di conoscere le possibili conseguenze dovute alla sottoscrizione di prodotti finanziari sofisticati (fondi di fondi, polizze united linked, eccetera). In altre parole, si fidano a occhi chiusi di quello che viene loro proposto – e venduto – dagli intermediari, firmando la modulistica semplicemente «senza leggerla». 

Un sistema basato sulla trasparenza anche in Italia. «I fatti di questi ultimi giorni evidenziano per l’ennesima volta la scarsa conoscenza dei problemi connessi con i prodotti che vengono offerti, con garanzia, da parte degli operatori del settore», ricostruisce l’avvocato Ernesto Fiorillo, presidente di Consumatori Associati e consulente legale per le tematiche finanziarie presso la Commissione europea. «E proprio in ambito europeo siamo agli ultimi posti per i programmi di educazione al risparmio. Basta un dato - continua Fiorillo -: a fronte di 160 “best pratices” individuate in Inghilterra da uno studio transfrontaliero a cura di Evers-Jung, da noi ne sono state riscontrate soltanto cinque. Per capire il tasso di autoreferenzialità del nostro sistema, la più conosciuta è il consorzio Abi Patti Chiari che, sia detto per inciso, fino al giorno precedente il fallimento classificava le obbligazioni Lehman Brothers come adatti a soggetti con “bassa propensione al rischio”». Da qui la proposta provocatoria: «Lo Stato ha già troppe voci di spesa da ritoccare al ribasso. Facciamo pagare i progetti di educazione finanziaria agli stessi venditori di prodotti destinati al credito al consumo». Il modello ora al vaglio della commissione Finanze della Camera prevede la partecipazione delle associazioni dei consumatori e di professionisti in possesso di conoscenze specifiche. «Oggi le società finanziarie arrivano a spendere fino a 200 milioni di euro ogni anno in pubblicità – ricorda Fiorillo -. Ebbene, entro il prossimo 28 febbraio le stesse società dovranno mettere a disposizione in progetti di educazione dei risparmiatori una somma pari al 5 per cento speso l’anno precedente in promozione». Queste le tappe del progetto: sarà costituito presso il ministero delle Attività produttive un Comitato composto da un rappresentante delle associazioni dei consumatori, da un esperto in diritto finanziario e da un membro del Parlamento; quindi sarà predisposto il regolamento. Il Comitato approverà i progetti da sottoporre ai soggetti abilitati entro il 30 aprile; questi dovranno essere eseguiti entro il 30 novembre dello stesso anno. Infine, le società finanziarie corrisponderanno direttamente una somma pari al 70 per cento del costo anticipatamente e il rimanente alla conclusione.

Colmare il gap con l’Europa. A questo mira la proposta di legge. «I progetti di educazione finanziaria si rivolgono soprattutto ai ragazzi appena maggiorenni delle scuole secondarie e ai giovani universitari», riassume Fiorillo, relatore a Bruxelles. «Fondamentale trasmettere il valore del denaro tra le nuove generazioni, e concetti più complessi come il rischio equilibrato degli investimenti. Il canale principale da sfruttare è internet, usato in questo contesto nel 66 per cento dei casi in Europa e qui in Italia ancora relegato a pochi eletti, Poi c’è il video, con le potenzialità del digitale terrestre, ma anche vecchi sistemi come informative e questionari da distribuire “porta a porta”. Insomma, bisogna fare di tutto e di più perché il risparmio smetti di essere un oceano senza regole in cui continuano a fare profitto soltanto pochi squali». Specialmente al tempo della crisi, coi risparmiatori che si ritrovano a fare la fine dei pesci piccoli.