Borsani, la dolorosa eredità di un onesto repubblichino

Caro Lussana, ho letto con immenso piacere il pezzo di Pierfranco Malfettani su Carlo Borsani. Consentimi di segnalare, per il suo risvolto umano, il libro «Carlo Borsani. Una vita per un sogno» (1917-1945) uscito nel 1995 a Milano da Mursia. È la storia di un vinto, uno di quelli che hanno consapevolmente e soprattutto con la massima onestà seguito l'avventura repubblicana di Benito Mussolini e che pagarono la scelta con la vita. Autore di questa rievocazione pacata e serena è proprio il figlio di Carlo Borsani, Carlo Borsani jr.
Quando Carlo Borsani, nato a Legnano il 29 agosto 1917, cieco di guerra, medaglia d'oro al valor militare, fu ucciso con tre pistolettate alla testa in piazzale Susa a Milano il 29 aprile 1945, la moglie Franca era al quarto mese di gravidanza. Il 26 settembre diede alla luce un maschio e lo volle chiamare come il marito, per far rivivere il babbo nel figlio.
Nei venti mesi della guerra civile, soltanto una volta, il 29 aprile 1944 all'Odeon di Milano, Borsani fece un discorso politico sulla situazione del momento. Era un uomo di cultura, come traspare dal suo diario di guerra «Eroi senza medaglia» (Grafitalia, Milano, 1943) e dalla raccolta di poesia «La mano di Antigone» (Garzanti, Milano, 1944). Un'ampia antologia dei suoi scritti si trova in «Carlo Borsani» (Ciarrapico, Roma, 1979), scritto a quattro mani da Giorgio Almirante e dallo stesso Carlo Borsani jr.
Torniamo al 1945. Insieme con Borsani c'era Tullio Calcagno che fece in tempo, prima di essere assassinato anche lui, a dargli l'assoluzione.
Forse è agghiacciante la fine di questo cieco che cade stringendo in pugno la scarpetta della primogenita Raffaella; forse è agghiacciante l'applauso dei passanti quando il corpo di Borsani è gettato su un carretto della spazzatura. Ma è ancora più agghiacciante ciò che accadrà, anni dopo, al figlio. Nel libro dedicato al sogno del babbo ricorda, a pagina 139: «Mentre frequentavo la terza media all'istituto “Ascoli”, la professoressa Bergamaschi, non dimenticherò mai il suo cognome, un giorno mi chiese: “Tu che ti chiami Carlo Borsani sei, per caso, parente di quel fascista che è stato fucilato qui vicino...». Quando seppe che era suo figlio si scatenò in una filippica contro mio padre e tutti i “repubblichini” come lui».