Il Boss spegne il rock e racconta da solo l’America del Duemila

Partito a Dublino il tour che passerà in Italia a giugno. Oltre ai brani del nuovo cd Devils & dust, propone anche i classici in versione per piano e armonica

Paolo Giordano

nostro inviato a Dublino

Certo che se poi si presenta così, con la barba a mosca sotto il labbro, vestito di nero stazzonato, con i capelli gonfi e ondulati come se a pettinarlo fosse Dumas in rue Malesherbes; certo che se poi non si sente neanche il goloso sfrigolio della chitarra quando s’accendono gli amplificatori e lui entra sul palco dicendo soltanto «buonasera, divertitevi», allora è proprio vero che Bruce Springsteen è di nuovo nella fase del trovatore impegnato, dello storyteller che «non racconta una storia ma le storie della gente» come piace agli americani dopo Pearl Harbor, mica dopo la Langue d’Oc, e pazienza se poi ciascuna è solo un pezzo della sua idea di mondo.
Buonasera, divertitevi al Point Theatre di Dublino, 85 euro il biglietto, dove il Boss apre la tournée europea di Devils & Dust con le istruzioni per l’uso distribuite già fuori da questo deposito dell’800 che si staglia sul maremoto di nuvole all’orizzonte: è un concerto acustico, si legge, non ci sono altri musicisti al di fuori di lui, sedetevi prima dell’inizio, non alzatevi, porte chiuse, niente intervallo, niente cellulari accesi perché non siamo a uno show rock. D’altronde «non che Springsteen abbia bisogno di una mano in quanto a pesantezza» ha scritto l’altro giorno il Boston Herald e infatti quando inizia My beautiful reward la zazzera insolitamente nera del Boss è china su di un organetto stile Brooklyn e la bocca mica si vede perché è nascosta dall’armonica.
Il palco, quello è zero o quasi: un lampadario in alto a sinistra, un pianoforte ma non è uno Steinway, drappi porpora come nei saloni della Washington bene dove alle feste si vietava il country perché era del Sud. Qui in scena c’è l’America pensante, mica quella danzereccia, c’è quella che cerca una Reason to believe, una ragione per credere (o crederci) che poi è il passepartout di chi canta se stesso in nome della collettività: a Dublino sono settemila, teatro tutto esaurito e tutto muto salvo fulminanti raffiche di applausi.
Springsteen è strepitoso e irriconoscibile, ha la voce filtrata che pare quella di Tom Waits, la chitarra acustica, il «foot stomping» cioè il piede che dà ritmo battendo su di un microfono con lo stesso effetto alienante della catena di montaggio di Charlot. Ma che fiatone, si sente persino nel microfono. A furia di fuggire dal finto reaganismo di Born in the Usa - canottiera, lavoro, barbecue e pedalare - il Boss ogni tanto, minimo dieci anni, rovista dentro se stesso, rilegge Whitman e le sue Foglie d’erba, scopre che «questa polvere fu una volta un uomo» e allora taca banda, parte in viaggio sulla Route 66 che è la sterminata e sconnessa Autostrada del Sole per l’american dream. Così sgorgano fuori pezzi di frontiera come Silver Palomino o visionari come Long time comin’ o alla Elia Kazan come Reno cosicché poi lui si mette a cantare «si slacciò il reggiseno/ la tirai verso il mio volto/ 200 dollari davanti e 250 di dietro» mentre dalla platea orfana di birra fioccano mugolii goliardici e sessisti invece che silenzio incantato.
Anche se i cellulari sono muti e le porte chiuse, il mondo da fuori entra qui al Point e comunque times they are a changin’, il tempo è cambiato. Bob Dylan infiammava perché c’era legna vecchia da bruciare, Woody Guthrie attraversava gli States con Cisco Houston parlando agli emigranti entusiasti senza accorgersi di ascoltare tante parole già dette da Roosevelt. Springsteen invece, il Boss che ha l’insostenibile bisogno di laurearsi, oggi canta, solo lui con l’acustica, Jesus was only a son ma richiama la terribile Maria di The Passion di Mel Gibson, «Madre trattieni le lacrime/ Ricorda che Dio volle un mondo/ e questo apparve», poi attacca Part Man part monkey e ridice le stesse cose urlate contro Bush nei concerti a favore di Kerry, si attarda prima di Leah (in cui cita anche l’amico Roy Orbison) ma le sue battute sull’elezione del Papa - «un circo televisivo» - sfiorano quel populismo a testa bassa che non ha la muscolatura intellettuale per uscire dal coro (a East Rutherford una settimana fa ha detto: «È stato come guardare una squadra che non tifi: speri che funzioni, ma in realtà non ti importa molto»).
Allora il Boss, quello vero che sta tra i Sopranos e Steinbeck, esce in The Rising, durante la quale cambia chitarra e le luci diventano finalmente verdi come l’energia perché lui è il meccanico della resurrezione («rising»), il fuggiasco dalla fogna dell’anima e dei corpi che se afferra il plettro allora si inarca, diventa inevitabilmente rock e illumina anche la voce perché è lì che si sente a casa. Così, quando canta Real world, gli accenti si fermano sulle parole «heaven and hell», paradiso e inferno e queste sono le rotaie della sua musica. Su quelle d’altronde scorre tutto il concerto, mentre la pioggia batte d’improvviso sul soffitto e là dietro, dove ci sono i banconi dei bar, non gironzola proprio più nessuno. Tutti sono ormai in piedi sotto il palco in barba alle istruzioni, Bruce Springsteen dice «ora iniziate a farmi paura» e forse si riferisce ai cellulari che sghignazzano tra le prime file, salutando con le lucine accese un concerto che festeggia la laurea inutile di un uomo già dottore del rock.

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