Bossi tuona contro Tosi: "Stronzo, porta i fascisti La Lega? Via chi contesta"

Il Senatùr attacca il sindaco di Verona. E gela i cattolici: "Sono mesi che chiedono a Berlusconi un passo indietro"

Roma Il Cavaliere è saldo in sella, Bankitalia non sarà un problema e i cattolici si mettano l’anima in pace: «Ormai sono mesi che chiedono a Berlusconi un passo indietro...». A Montecitorio spunta un Bossi moderato, quasi ecumenico. Ma dura poco, basta ricordargli i guai del Carroccio per farlo esplodere. Quel Flavio Tosi, ad esempio, sindaco leghista di Verona, che alla Zanzara su Radio24 parla di «voltastomaco diffuso in molti deputati durante le votazioni» e che rivendica libertà di parola. Il Senatùr risponde a modo suo, alzando il dito medio. Poi, per chiarire meglio il concetto: «Tosi è uno stronzo».

E sì, l’Umberto reagisce così quando si tocca il nervo scoperto della ribellione interna. «Tosi - spiega - ha tirato dentro la Lega un sacco di fascisti, cosa che non può essere sopportata per molto. Noi abbiamo altri progetti». Espulsione vicina? Renzo Bossi ha invitato a uscire chi non è d’accordo. Il papà conferma: «Certo, se ne vadano». Il sindaco di Verona tenta la marcia indietro: «Sono stato frainteso, non si può togliere una frase dal contesto, io ho difeso il segretario e il movimento».

Si vedrà. Ma il caso Tosi cade in un momento molto delicato. Maroniani e cerchio magico sono infatti in guerra da tempo e giorni fa il congresso di Varese è finito quasi in rissa. «An - dice Bossi - aveva messo dentro della gente. Il segretario provinciale, che ho mandato via, aveva dato la tessera a un po’ di fascisti. La base mi ha chiesto di cacciarli e io l’ho fatto». Insomma, nessuna contestazione al leader, niente di che. «Ma no. Qualcuno ha preso quattro sganassoni perché aveva il braccio teso».
Sabato in piazza, a Roma, c’erano invece «dei delinquenti» di altro colore. E dietro, sostiene Bossi, da tempo c’è buona parte dell’opposizione. «Il Pd e Di Pietro continuano a parlare del morto da mesi. E per poco il morto non ci scappava davvero». Insomma, secondo il leader della Lega Nord è stato anche il clima politico incandescente a favorire il sacco di Roma.

Che fare allora contro i violenti? Maroni e Di Pietro hanno proposto di reintrodurre dei provvedimenti speciali, come ai tempi del terrorismo. Il Senatùr sembra scettico: «Ma quale legge Reale? Ripeto, quelli erano delinquenti». Eppure qualcosa va pensato. «Sentiamo un po’ che idea ha Roberto, poi ci ragioniamo sopra. Così però non va bene per nessuno».

Tutte queste cose il Senatùr le dice camminando in Transatlantico, attorniato da cronisti e telecamere. È appena arrivato da Milano sull’aereo del Cavaliere dove, giura, non si è parlato né di Porcellum né di Mattarellum. «Una nuova legge elettorale prima del referendum? Sì, Berlusconi ed io siamo venuti giù insieme, ma non abbiamo affrontato l’argomento».

Sicuramente hanno parlato della Banca d’Italia. Il tempo stringe, entro una decina di giorni il governo deve trovare un sostituto di Mario Draghi che sta per traslocare a Francoforte alla guida della Bce. Da settimana la situazione è paralizzata dal braccio di ferro tra il numero due di via Nazionale Fabrizio Saccomanni, gradito a Napolitano, Draghi, Berlusconi e alla struttura di Palazzo Koch, e il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli, appoggiato da Tremonti e Bossi. La questione riempie pure il vertice pomeridiano a tre alla Camera tra il premier, il ministro dell’Economia e il leader leghista.

«A breve la decisione», annuncia il Cav che ufficializza l’esistenza, oltre ai due candidati, di un terzo incomodo, Lorenzo Bini Smaghi. Se fosse lui il prescelto, si libererebbe un posto nel comitato esecutivo della Banca centrale. Nicolas Sarkozy sarebbe contento.
Ma non è così semplice. E le «permanenti difficoltà da risolvere» a cui allude Berlusconi sono verosimilmente i piedi che Bossi continua a puntare. Neanche Bini Smaghi, a suo dire, va bene. «Sono tutti e due romani, io sono per l’alternanza. Dopo Draghi mettiamoci un milanese, Grilli, che tra l’altro è preparatissimo». E chi sarà a decidere? «sarà Berlusconi, insieme a tutti».

Quanto al presidente del Consiglio, Bossi lo vede ben solido a Palazzo Chigi. «I cattolici di Todi? Eh, loro lo dicono da mesi che Berlusconi deve fare un passo indietro». Calma e gesso, non c’è da preoccuparsi, dice: «Chiedetelo a lui se davvero lo vuole fare quel passo...».