Breve guida comica dell’editoria italiana

Adelphi sembra la Asl, Fazi un poliambulatorio per ricchi. I piccoli se la tirano, i grandi fingono efficienza. Ecco la mappa completa...<br />

Vai a capire perché gli editori hanno una «casa editrice» e non un ufficio, per illudere gli scrittori di essere a casa? Perché l’arredamento rispecchia lo stile, la linea editoriale, il gusto dell’editore? Macché. Per esempio se entrate all’Adelphi, a Milano, sembra un ufficio della Asl, vi trovate di fronte a un bancone bianco, pareti bianche, una fotocopiatrice bianca, non c’è ombra di libro, piuttosto una segretaria scocciata a cui ti verrebbe naturale chiedere qual è il tuo turno per il prelievo del sangue, invece le chiedi «c’è Calasso?» e lei ti guarda come se andassi all’ambasciata americana per parlare con Obama, prima di esalare un frettoloso «No. Il dottore non c’è». Invece il vero Adelphi Style lo trovate alla SE, in via Manin, salendo una scalinata con passatoia di velluto rosso, passando tra statue neoclassiche, entrando in una casa editrice dove si respira aria d’altri tempi, da impero austro-ungarico, silenzio e serietà e gusto sobrio, e lì vedete il mitico Diego Paolini con le forbici in mano che fa le prove di una copertina con dedizione artigianale, e se gli chiedi come mai ha così pochi denti in bocca ti risponde «perché farsi mettere a posto i denti costa quanto pubblicare un libro, preferisco il libro». Uno dei pochi editori veri rimasti, tant’è che la sublime qualità del loro catalogo è inversamente proporzionale all’esibizionismo di Diego, se lo nominate pubblicamente borbotta maledicendovi per mesi. È una casa editrice vera, inoltre, perché è attrezzata con una brandina, Diego ci dorme per alzarsi direttamente lì.
L’opposto di quanto trovate alla Fazi Editore, che non sembra una Asl ma un poliambulatorio per ricchi, dove Elido, il boss, pensa ai libri come un mezzo per fare soldi, ti squaderna tabulati e parla di Stephenie Meyer come se fosse Joyce, e di Joyce come se fosse un coglione, ti sembra di essere dal capocultura del Corriere Magazine. Mi ha parlato mezz’ora dei suoi «young-adult» in classifica e per mezz’ora di Jung Hadult di qua e Jung Hadult di là ho creduto fosse un autore tedesco, e mi chiedevo come mai non l’avessi mai sentito nominare, questo bestsellerista. Quando entra Alice Di Stefano, una ragazza molto carina, Elido ti dice che è il direttore editoriale, ed è la stessa Alice che a Benevento, alla finale dodicina dello Strega, parlò orgogliosa al pubblico di come la Fazi avesse scovato il loro candidato al premio, Cesarina Vighy, «un manoscritto arrivato in casa editrice per caso, ha stupito tutti», e per fortuna il conduttore Marino Sinibaldi, mica scemo, la rimbeccò prontamente «Scusi, ma non è sua madre?». La Fazi è in via Isonzo, dove c’è un groviglio di case editrici (da Elliot a Arcana, da Pequod alla Castelvecchi decastelvecchizzata) controllate dalla Vivalibri di Pietro D’Amore, e dove i gossip sugli incesti e i triangoli amorosi sono irriferibili, ma a Roma non si parla d’altro, ogni mese: «La sai l’ultima di via Isonzo?». Non accadeva da quando in via Severano c’era la storica Castelvecchi di Alberto Castelvecchi, che prese il posto di Theoria dove c’era Repetti, il quale fondò Einaudi Stile Libero e rubò la moglie a Castelvecchi, la quale anni dopo prese la direzione della Castelvecchi presa da D’Amore, e ora Castelvecchi lavora con Aliberti e abita su Facebook. La D’Addario, lì, non può che avercela portata lui.
Alla Coniglio Editore, nonostante i suoi centonovanta chili portati con orgoglio, se volete trovare il mitico Francesco dovete essere furbi, non cercatelo ai piani alti, dove ci sono i trecento metri quadrati della redazione, lui sta in basso, in un bugigattolo, nascosto dietro una scrivania sommersa di libri e di tutto, a comprare prime edizioni di dischi di musica leggera su E-bay. Oppure lo beccate giù, in piazza Regina Margherita, a mangiare un gelato. Il più improvvisato, caciarone e coreografico è Alberto Gaffi Editore in Roma, un mix tra Alberto Sordi e Benito Mussolini e Wanna Marchi, sebbene non reciti per niente, non governi niente e non venda niente. Alberto Gaffi ha ben due sedi extralusso di proprietà ex democristiana con tanto di bassorilievo di Aldo Moro: una a piazza Verbano, l’altra sotto Montecitorio, in via della Guglia, e perfino un Comitato editoriale dove mangiano Filippo La Porta, Raffaele Manica, Massimo Onofri e tanti altri, perché Gaffi paga pranzi a tutti, un paio per sbaglio anche a me, uno spasso.
La sede della minimum fax è invece a Ponte Milvio, in un appartamento a due piani dentro una ridente palazzina, salgono e scendono la scaletta come formichine laboriose e very happy, e hanno una bella terrazza per le feste degli happy friends, e mai che vadano via col vento, domani è sempre un altro happy day, e sono ventenni anche quando hanno cinquant’anni, una happy life.
Per entrare dai grandi editori devi fare il pass all’ingresso ed essere schedato. Alla Rcs, in via Mecenate, all’ultimo piano c’è un giardino pensile per fumare, accanto alla sala imperiale dove si presentano i libri ai venditori e tutto è in pompa magna o giù di lì. Al piano inferiore c’è la Bompiani, con l’ufficio di Elisabetta Sgarbi pieno di bigliettini attaccati alle pareti tipo «L’autore non ha mai ragione», «Problema crea problema», con le sue scarpe sempre aperte e gli alluci in vista smaltati di rosso che distraggono i feticisti come me, per cui alla fine firmi qualsiasi contratto perché ragioni con i piedi e neppure con i tuoi. Se scendete c’è il simpatico Michele Rossi, editor della collana «24/7», che non ha gli alluci però almeno ci si parla.
La Mondadori, come si sa, è in via Mondadori 1 (c’è solo la Mondadori, non cercate gli altri numeri), nel prestigioso Palazzo Mondadori, monumentale opera dell’architetto Oscar Niemeyer. Le redazioni sono ubicate all’ultimo piano, è tutto open-space, e lì per esempio, una volta scannerizzati, potete incontrare il direttore della narrativa Antonio Franchini, a differenza di Calasso lui esiste, e avendo conosciuto Fazi, fatte le debite proporzioni, ve lo immaginate uno professorale e antipatico e invece è un simpatico scamiciato con gli anelli, un bullo del Bronx ma erudito, simpatico e ospitale, che mi fa fare tutto il giro turistico del palazzo fino al lago, mi offre un caffè, mi chiama «Massimilia’», e lì mi sento finalmente a casa, anche perché, penso, senza lago nessuna casa editrice è davvero fica, altro che giardino pensile. Quindi? Pubblicherò con Mondadori? Non credo, perché sono un attaccabrighe, perché in quel lago per esempio mi ci affogherebbe Saviano e il suo fatturato, perché scrivendo sul Giornale e attaccando la sinistra passo per berlusconiano e la Mondadori è di Berlusconi, il nemico di Saviano, e le cose in Italia sono sempre molto complicate.