Dal Britannia a Palazzo Koch Il silenzioso regista della svolta

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Gian Battista Bozzo

da Roma

E ra il 2 giugno 1992, festa della Repubblica. Al largo dell’Argentario incrociava lo yacht reale «Britannia» con a bordo non principi e regine, né valletti o dame di compagnia, ma banchieri d’affari inglesi, banchieri italiani, boiardi e grand commis di Stato. Con quella crociera sul «Britannia» prese il via la stagione delle privatizzazioni italiane, quella che alcuni definirono la Grande Svendita, altri l’inevitabile modernizzazione dell’apparato economico nazionale, altri ancora - ad esempio Giulio Tremonti, che era a bordo quel 2 giugno, ancora da avvocato fiscalista - la metafora di un cambiamento politico effettuato pagando un alto prezzo.
Era un uomo che ama la montagna, e non il mare, lo skipper di quella crociera sul Tirreno. E in quell’occasione Mario Draghi, chiamato da Guido Carli alla direzione generale del Tesoro all’inizio del 1991 per sostituire il dimissionario Mario Sarcinelli, si presentò come punto di riferimento italiano per la finanza internazionale, interessatissima alle nostre privatizzazioni. Era stato proprio Carli, ministro del Tesoro nel settimo governo Andreotti, a volere l’inizio di quella stagione. Ne parlò col Giornale in una delle prime interviste concesse da ministro, che il nostro quotidiano «sparò» tutta intera in prima pagina con un titolo eloquente: «Carli, perché privatizzare». Aveva visto lontano, l’anziano ex governatore della Banca d’Italia, concludendo la sua lunga carriera. E ce lo disse, a noi cronisti durante quella notte del dicembre ’91 a Maastricht, quando venne firmato il Trattato che avrebbe portato alla moneta unica europea: «Ragazzi, ma l’avete capito? Qui cambia tutto».
Come regista silenzioso ed efficiente di un cambiamento radicale rispetto allo scenario economico da anni Settanta che ancora caratterizzava il Paese, Carli aveva scelto un economista romano poco più che quarantenne, allievo di Federico Caffè, che dal 1983 lavorava a Washington, prima alla Banca interamericana di sviluppo e poi alla Banca mondiale. Draghi non era uno sconosciuto, aveva già lavorato a fianco di Gianni Goria nel palazzone umbertino di via XX Settembre. Ma fu la direzione generale del Tesoro a lanciarlo nel ristretto mondo di «quelli che contano sul serio», lavorando al fianco di molti ministri, da Carli a Piero Barucci, da Lamberto Dini a Carlo Azeglio Ciampi, da Giuliano Amato a Vincenzo Visco, sino ad arrivare a Giulio Tremonti. Dieci anni di prima linea, durante i quali Draghi legò il suo nome al Testo Unico sulla finanza del ’98 (quello che introdusse l’obbligo dell’Opa totalitaria per i soggetti che acquistano oltre il 30% di una società), e a dismissioni per 182mila miliardi di lire che contribuirono a far scendere il debito pubblico dal 125% al 110% del pil (oltre che a far salire del 400% la capitalizzazione complessiva della Borsa italiana).
Draghi nel ’91 aveva trovato uno Stato che produceva ancora panettoni (e neppure così buoni, a dire il vero), e nel 2001 lasciava una Telecom completamente privata, un Eni e un’Enel ad azionariato diffuso, un sistema bancario molto cambiato con il concorso determinante del governatore Antonio Fazio. Aveva anche trovato nel ’91 un deficit pubblico superiore al 10% del pil, e nel 2001 l’aveva lasciato intorno ai limiti di Maastricht. Era tornato da Washington cambiando gli ultimi dollari in lire, lasciava con gli euro nel portamonete. Il decennio aveva visto - oltre ad avvenimenti politici ed economici di grande rilevanza, interni ed internazionali - l’epocale cambio di moneta in Europa. Draghi è stato protagonista anche di questa partita, come sherpa di Carlo Azeglio Ciampi nel delicatissimo momento della negoziazione del cambio fra moneta nazionale ed euro. Lo era stato anche quando la lira ritornò, il 24 novembre ’96 negli accordi di cambio europei dopo la traumatica espulsione del settembre ’92.
Molti hanno detto che l’Italia ha sbagliato, accettando conversioni troppo elevate, penalizzanti. C’è probabilmente del vero in questa considerazione; ma non bisogna dimenticare quale era la nostra posizione in quei due momenti. Eravamo nella posizione di chi - per evitare l’umiliazione politico-popolarcalcistica della «serie B» - non può dettare condizioni, ma deve invece accettarne di pesanti. Ciampi, all’inizio del ’98, spedì Draghi nelle capitali europee, da Parigi a Londra, da Bonn a Bruxelles, con in tasca un piano ambizioso di riduzione del deficit e del debito pubblico. «Ce la possiamo fare», spiegava lo sherpa anche alle controparti più scettiche. Il successo dell’operazione «Italia nell’euro» proiettò Draghi alla presidenza del Comitato economico e finanziario, massimo organismo tecnico dell’Europa monetaria. In precedenza era stato chiamato a presiedere i deputies del Gruppo dei Sette. Questo per dire che se Bankitalia cercava un uomo dal respiro internazionale, quella di Draghi non è di sicuro una scelta sbagliata.
Nel 2001, qualche mese dopo l’arrivo di Tremonti, Draghi lasciò il Tesoro per tuffarsi nel grande giro bancario internazionale. Nulla di personale, «si è chiuso un ciclo», spiegò accingendosi a trasferirsi per un breve periodo all’Università di Harvard prima di accettare l’incarico di managing director alla grande banca d’affari Goldman Sachs. Con la moglie Serena e i due figli, aveva preso casa a Londra pur facendo spesso ritorno nell’appartamento romano ai Parioli. Ai giornalisti che l’incontravano durante le assemblee annuali del Fondo monetario internazionale ed altri grandi eventi, Draghi non dava alcun segnale di nostalgie per il Belpaese. Invece eccolo qua, a cinquattott’anni davvero ben portati, approdare in via Nazionale 91 da governatore della Banca d’Italia. Per la legge del contrappasso, che vale molto più spesso di quanto si creda, arriva a palazzo Koch un uomo opposto al governatore precedente: asciutto, cosmopolita, laico, di casa a Londra come a New York, assolutamente convinto che i confini nazionali in Europa siano, almeno nel campo dell’economia e della finanza, soltanto espressioni geografiche. Da sherpa a governatore, una strada di successo, mentre oggi lo yacht reale «Britannia» è degradato a curiosità turistica per comitive nei moli di Leith, il porto di Edinburgo.