Bruciati rifiuti tossici nel termovalorizzatore: 13 arresti a Colleferro

Bufera sul termovalorizzatore "modello" di Roma. Eseguiti 13 ordini di custodia cautelare e notificati 25 avvisi di garanzia: commerciavano rifiuti vendendoli come combustibili pur non avendone le
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Roma - Un termovalorizzatore modello costretto a ingoiare e bruciare di tutto. È questa l’accusa di fondo per cui stamane i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Roma hanno eseguito 13 ordini di custodia cautelare degli arresti domiciliari, emessi dal gip del tribunale di Velletri, nelle province di Roma, Latina, Frosinone, Napoli, Avellino, Bari, Foggia, Grosseto e Livorno. I reati contestati a vario titolo sono di associazione per delinquere; attività organizzata per traffico illecito di rifiuti; falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico; truffa aggravata ai danni dello Stato; favoreggiamento personale; violazione dei valori limiti delle emissioni in atmosfera e prescrizione delle autorizzazioni; accesso abusivo a sistemi informatici.

Tredici persone in manette A finire nei guai il direttore tecnico e responsabile della gestione dei rifiuti degli impianti di termovalorizzazione di Colleferro, Paolo Meaglia; un dirigente dell’Ama; soci e amministratori di società di intermediazione di rifiuti e di sviluppo di software, chimici di laboratori di analisi. I militari oggi hanno provveduto anche a notificare 25 informazioni di garanzia. Le indagini dei carabinieri sono durate circa un anno e sono passate attraverso "servizi di osservazione dei luoghi", "ispezioni e controlli agli impianti".

Il combustibile da rifiuti Al centro della questione e della stessa inchiesta del pm Giancarlo Cirielli, della Procura di Velletri, c’è stata la verifica della qualità e consistenza del combustibile da rifiuti (Cdr) che veniva immesso nei cicli gestionali degli impianti di termovalorizzazione di Colleferro, alle porte della Capitale. "Gli accertamenti del Noe hanno permesso di raccogliere chiari elementi di responsabilità - si spiega - a carico dei soggetti che conseguivano ingiusti profitti, rappresentati dai maggiori ricavi e dalle minori spese di gestione dei rifiuti che venivano prodotti e commercializzati come Cdr pur non avendone le caratteristiche". In gran parte invece, l’impianto era costretto a trattare rifiuti speciali anche pericolosi e quindi non utilizzabili nei forni dei termovalorizzatori per il recupero energetico.

Il modus operandi Prima si allestivano uomini e mezzi (impianti di trattamento e recupero, intermediari, laboratori d’analisi, gestori di rifiuti), che conferivano ingenti quantitativi di rifiuti urbani non differenziati ai termovalorizzatori, classificandoli come Cdr benchè privi delle caratteristiche previste dalla legge. Il passaggio successivo era la falsificazione e predisposizione di certificati di analisi redatti da liberi professionisti (chimici) che attestavano falsamente dati sulla natura, composizione e caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti, che hanno consentito la classificazione degli stessi come Cdr.

La truffa allo Stato La truffa ai danni dello Stato ammonterebbe a oltre 60 milioni di euro. Grazie all’ottenimento di incentivi statali, previsti dal CIP 6/1992, e non dovuti e nel dichiarare al Gestore Servizi Elettrici consumi di gas metano per uso generazione elettrica inferiori a quelli effettivi. Inoltre agli indagati, in concorso, è contestata anche l’alterazione dei dati relativi ai valori fuori limite, attraverso l’introduzione nei sistemi informatici destinati al controllo dei fumi e delle emissioni inquinanti, alla gestione e conservazione dei relativi dati e la trasmissione degli stessi agli organismi di controllo. E se c’era qualcuno che si opponeva, all’interno degli impianti, bisognava procedere con "contestazioni disciplinari e sospensioni lavorative, al fine di evitare la collaborazione degli stessi con l’autorità giudiziaria".

L'intervento dei militari I militari ritengono significativo l’episodio che riguarda la combustione di gomme intere di veicoli all’interno del termodistruttore, nonostante le rimostranze e i dubbi posti da alcuni operai verso i responsabili dell’impianto; oppure la combustione di altro materiale non idoneo, che veniva annotato dagli operai sulla documentazione e registri di accettazione con diverse diciture quali "munezza", "pezzatura grossa" o "scadente". Il gip di Velletri Alessandra Ilari ha disposto il sequestro preventivo degli impianti di termovalorizzazione di Colleferro, autorizzando comunque la continuazione delle attività, sotto la vigilanza del personale del Noe di Roma. Il giudice ha anche disposto il campionamento giornaliero dell’Arpa sul Cdr in entrata, sui rifiuti prodotti ed analisi dei fumi dei camini. entro 90 giorni, comunque, ci dovrà essere il rilascio dell’Aia, autorizzazione integrata ambientale).