La bufala dell’aviaria

Bisognerà che il codice di autoregolamentazione del quarto potere inserisca qualche norma che preveda, se non la fucilazione come traditore della patria, almeno una specie di colonna infame su cui scrivere il nome degli untori; in questo caso, quei giornalisti che, credendo di fare solo il loro mestiere («il pubblico ha il diritto di sapere!»), procurano allarme sociale (ma non è reato?) e danni incalcolabili all'economia nazionale. Come nel caso della famosa influenza aviaria, di cui a tutt'oggi non c'è un solo contagiato in Europa ma che, intanto, ha distrutto un intero settore della nostra economia. E alcuni morti ammazzati da psicosi, come quel povero camionista che ha sterminato la famiglia e si è suicidato per aver perso il lavoro. Da mesi, ogni giorno, il bollettino è da «nemico alle porte»: si sta avvicinando, è già qui, eccolo! Qualche maligno potrebbe anche dire che i media non vedono l'ora che una bella epidemia fornisca un monte-notizie con cui campare almeno un anno. Nel frattempo un amico medico mi ha mostrato un articolo apparso sulla rivista scientifica Doctor News. Titolo significativo: «Aviaria, una montatura gonfiata ad arte». In esso parla il professor Francesco Chiodo, ordinario di Malattie Infettive all'università di Bologna. Dice l'infettivologo che le morti di uccelli migratori sono normali e, naturalmente, annuali. Solo che, chissà perché, finora non hanno mai fatto notizia. Insomma, trovare carcasse di uccelli morti non è una novità. Lo è diventata ora, grazie alla grancassa mediatica. La quale finora ha fatto di tutto per aumentare la psicosi. Certo, dire ciò proprio su un quotidiano è paradossale; «è uno sporco lavoro», avrebbe detto Humphrey Bogart, «ma qualcuno deve pur farlo». È la grancassa di cui sopra ad intervistare «esperti» a cui non par vero di lucrare il classico quarto d'ora di celebrità (il «diritto che tutti dovrebbero avere», secondo Andy Warhol, il giudizio sull'autorevolezza del quale lascio a voi lettori) e si rendono disponibili perfino a quantificare quanti morti ci sarebbero nel mondo se l'influenza aviaria facesse il «salto» sugli umani. L'infettivologo di prima, tuttavia, ricorda che una prospettiva tipo Spagnola 1918 è semplicemente assurda oggi come oggi, dati i rimedi disponibili e che nel '18 non esistevano. In più, se c'è una cosa impossibile da prevedere è una pandemia influenzale. Infine, la comparsa di mutazioni virali è un fenomeno sempre esistito ma è dannoso praticamente solo per la specie in cui si origina. Il mio amico medico, poi, ha aggiunto un suggerimento che vi passo così come me l'ha detto: poiché l'immunizzazione dei vaccini antivirali (tra cui gli antiinfluenzali) si ottiene con virus «attenuati» (ovvero «moribondi» tramite calore, cito testuale), c'è una buona probabilità che, cuocendo e mangiando un pollo «impestato», si sviluppino in chi lo mangia gli anticorpi contro l'aviaria. Semmai, visto che la Cina (economica) è sempre più vicina, sarebbe ora che qualcuno prendesse in mano la pratica sanitaria cinese; cioè, mettesse come condizione per il prosieguo dei commerci l'apertura di quel Paese alle ispezioni dell'Oms. Il mondo non può sopportare più il salasso economico prodotto dalle influenze annuali, che vengono tutte e sempre dalla Cina. Come la Sars, come la Spagnola. Perfino, come la peste nera del 1348, che proveniva sempre dal medesimo luogo e fu portata alle frontiere europee dai tartari (i quali sparavano, con le catapulte, cadaveri impestati contro gli assediati genovesi in Crimea; e i genovesi portarono inconsapevolmente quella bomba biologica in Europa). Spiacenti per le aziende farmaceutiche e per i giornalisti, che, le une e gli altri, dovranno trovare qualche altro spunto «stagionale», ma pensate come sarebbe bello se gli inverni non fossero più sotto l'incubo dell'influenza.