Buffon a Del Piero: "Ci serve ancora"

Il portiere, che sabato giocherà con la fascia di capitano rincuora il grande assente: "E' deluso, ma troverà una soluzione"

Firenze - Ventiquattro anni dopo Zoff la fascia di capitano della nazionale, in una partita valida per un torneo ufficiale, passa sul braccio di Gianluigi Buffon. Superdino chiuse in Svezia, era una sera di fine maggio del 1983. Per lui una stagione amara, nello spazio di una settimana perse la coppa dei Campioni ad Atene, la possibilità di disputare la fase finale degli europei e la maglia azzurra. Ed era campione del mondo in carica. Ora, complice la squalifica di Cannavaro, onori ed oneri passano ad un altro portiere bianconero, con la speranza che Genova non ci sia ostile come Goteborg e con la certezza che il cammino azzurro di Buffon è ancora ben lontano dal capolinea.

Buffon, che effetto fa la promozione?
«Sicuramente aumentano le responsabilità in campo. Da capitano, della Juve intendo, credo tra l’altro di essere imbattuto. Spero che la striscia positiva continui».

Lei ha 29 anni, da oltre dieci frequenta le squadre nazionali, all’inizio del viaggio pensava di diventare insostituibile?
«Sarei presuntuoso se rispondessi di sì».

Un ruolo, il suo, nel quale una volta eravamo i migliori...
«Ancora oggi in Italia abbiamo grandi portieri. Io qui mi alleno con Amelia e Curci, validissimi professionisti. Almeno a livello potenziale le risorse ci sono».

Qual è allora il problema?
«Si vuole che i giovani diventino subito dei fenomeni, non lasciamo loro il tempo per maturare. E poi la concorrenza straniera».

Nel campionato di serie A giocano 11 portieri stranieri...
«Una moda nata 3-4 anni fa. Da allora è cominciato un mercato a costi concorrenziali e, devo dire, spesso anche a basso rendimento. Il fatto che il Milan si sia detto interessato al recupero di Peruzzi mi sembra indicativo in questo senso».

Difficile quindi per un italiano...
«Prendiamo il caso di Curci. Bravo ma senza spazi. Pensavo che avrebbe chiesto di giocare di più. Ci vuole anche fortuna e una società che sia disposta ad appoggiarti. Ricordo i miei inizi, a Parma. Dopo tre-quattro partite seguite dalla panchina, chiesi alla società di poter giocare o di essere ceduto. E avevo 17 anni».

Ha visto Muslera?
«Mi ha fatto tenerezza, con la sua faccia pulita da bravo ragazzo. Si è sentito umiliato ma ha trovato la forza di presentarsi per le interviste del dopo-partita. Una serataccia può capitare. Anche Doni, sempre a Roma, non ebbe un grande inizio».

E Dida, in Scozia...
«Una reazione figlia della frustrazione del momento: ti vedi crollare il mondo addosso. Non mi sembra il caso di crocifiggerlo».

Torniamo all’Italia: Donadoni ha dato il via ad un ricambio generazionale.
«Un ricambio che c’è sempre stato, senza grossi traumi».

Stavolta è rimasto fuori Del Piero...
«Un caso delicato. Dettato forse dal desiderio di evitare ad Alex un’altra panchina. Ma la sua avventura con la nazionale non è finita. Donadoni non ha detto così».

Per lui problemi anche con il club...
«Per quel che rappresenta nella storia bianconera, certe sue richieste non sembrano fuori luogo. Alla fine, la soluzione verrà trovata».

Lei ha già pensato al momento in cui lascerà il calcio giocato?
«Finché ci sarà la voglia... Certo non arriverò a 40 anni per farmi compatire».

La Juventus?
«Chi avrebbe scommesso che dopo sette turni saremmo stati alle spalle dell’Inter? Vogliamo iniziare un nuovo ciclo vincente, riconquistare la partecipazione alla Champions, una coppa che ci manca, molto».

Avrebbe potuto giocarla con la maglia del Milan: Galliani ha detto che è stato ad un passo dal trasferirsi a Milanello.
«Mi avessero acquistato, sarei lì: ma io sono contento di essere un giocatore della Juve».