Le bugie della Turco e i catastrofisti battuti

La legge 40 funziona. Questo dicono i numeri contenuti nella relazione sulla situazione della procreazione assistita in Italia, presentata dal ministro della Salute Livia Turco. Il bilancio è largamente positivo: dal 2003 al 2005 le donne che si sono rivolte ai centri specializzati sono state 10.000 in più, passando da 17.125 a 27.254. La catastrofe che i fautori del referendum avevano prospettato non si è realizzata, e le nascite sono in netto aumento. Sarebbe logico immaginare che l'ascia di guerra venisse sepolta, e i tentativi di mettere le mani sulla legge attraverso una modifica parlamentare, o almeno una sostanziale correzione delle linee guida, fossero abbandonati di fronte alla realtà dei dati.
Invece, le polemiche continuano. Barbara Pollastrini e Maura Cossutta sono intervenute con toni sconfortati, come se le più funeste previsioni si fossero avverate. La prima parla di legge «crudele e cattiva, una legge di tortura», mentre l'altra, più concretamente, punta alla revisione delle linee guida entro la fine di luglio. La stessa Turco, nell'introduzione al documento, sorvola sui fatti positivi e sottolinea quelli negativi, peraltro modesti sul piano dei numeri percentuali: un calo del 2,7% nei concepimenti ottenuti, un aumento del 3% di esiti negativi delle gravidanze, e dell'1,6% dei parti plurimi. Nel paragrafo in cui si confronta il prima e il dopo, non si fa nemmeno un accenno ai benefici introdotti dalla legge, come l'abolizione di alcune pratiche rischiose a cui venivano sottoposte le donne e i nascituri, pur di ottenere il prodotto, cioè l'oggetto-figlio. Per esempio l'abitudine di ricorrere a stimolazioni ormonali pesanti e pericolose per produrre un numero alto di ovociti e quindi di embrioni da trasferire; se poi, una volta in utero, attecchivano tutti, si operava la cosiddetta riduzione fetale (cioè l'eliminazione dei feti «in eccesso»). Non sarà che il lieve aumento dei parti plurimi registrato sia legato alla scomparsa di questa pratica?
Tutti i commenti si appuntano sulla piccola riduzione di gravidanze: ecco, l'avevamo detto che sarebbe successo, e ora cambiamo la legge. Peccato che quella piccola percentuale anneghi nella voragine di un immenso buco nero: la mancanza di informazioni su circa la metà delle gravidanze. Le coppie infatti tendono a sfuggire al follow up, cioè ai controlli dopo i trattamenti, e del 47,8% delle gravidanze non si sa più niente. Un po' per la voglia di rimuovere l'idea di un figlio concepito in provetta, un po' per evitare viaggi e spostamenti, le mamme non tornano nei centri dove sono state sottoposte alla fecondazione assistita. Manca quindi all'appello la metà dei dati necessari a formulare qualunque ipotesi fondata, e sarebbe onesto avvertire che non si può arrivare a nessuna conclusione certa. Invece si parla di «correlazione» tra l'aumento di gravidanze finite male e l'obbligo di impiantare tutti gli embrioni (al massimo 3) contenuto nella legge. Mentre, come la Turco certamente sa, la legge non obbliga affatto a impiantare 3 embrioni: sono i medici che non si allineano alla tendenza internazionale, che è quella di impiantare un unico embrione per volta, magari congelando gli ovociti. Come si fa a stabilire correlazioni, per spiegare aumenti percentuali minimi, quando si possiede solo una metà delle informazioni? Nella relazione per la verità si accenna al problema che, secondo gli stessi estensori, rende impossibile «dare informazioni significative sulla sicurezza delle tecniche e sui loro esiti», ma quando, nell'introduzione, si traccia il bilancio della legge i dubbi e le cautele spariscono. Ieri il ministro Turco, dopo aver lodato il rigore e lo scrupolo con cui l'Istituto Superiore di Sanità ha raccolto ed elaborato i dati disponibili, si è augurata che «tutte le parti si misurino su quei dati, ne valutino il rigore, e a partire da quei dati il Parlamento valuti che fare». Siamo assolutamente d'accordo: purché lo si faccia con onestà, tenendo conto di quello che i dati effettivamente dicono, e soprattutto di quello che non dicono.
Eugenia Roccella