Bulgari, l'amara verità "Tradito dagli italiani"

Paolo Bulgari si toglie qualche sassolino dalle scarpe e accusa il sistema Italia: &quot;Totale disattenzione all'eccellenza&quot;. Il <em>made in Italy</em> manca di economia di scala. Snobbata la finanza che permette di creare i colossi  

Con la vendita di Bulgari al colosso francese di Bernard Arnault il Bel Paese non perde soltanto una luccicante griffe che ha fatto la magia della Dolce Vita. In questa ennesima, imbarazzante vendita c'è forse qualcosa di più profondo e pericoloso. Ne avevamo già parlato a caldo quando Lvmh chiudeva l'accordo con la famiglia Bulgari (leggi l'articolo) chiedendoci per quale motivo l'Italia perdesse, uno dopo l'altro, i suoi gioielli più preziosi. "Qui da noi c'è una totale disattenzione all'eccellenza - spiega a Repubblica Paolo Bulgari, presidente della società - non c'è stato un italiano disposto ad allearsi con noi".

La rabbia della famiglia Bulgari Non c'è stato modo di trattenerla in Italia. Senza dubbio, il matrimonio con Lvmh è un cambiamento davvero epocale. Cambia la geofisica del lusso. E un altro pezzo di casa nostra (dopo Gucci, Valentino e Ferrè) se ne va. Adieu! "E' la fotografia in chiaroscuro dell'Italia di questi decenni - spiega Bulgari - tanta creatività, tanto spirito d'iniziativa ma alla fine una cronica incapacità delle istituzioni a far sistema per sostenere le nostre eccellenze". Era già successo in passato, succederà ancora in futuro: un passo inevitabile che impoverisce il mercato nostrano. Ancora una volta, infatti, il sistema Italia si dimostra incapace a creare colossi. Fatta eccezione per Fiat, Finmeccanica, Eni e pochi altri, infatti, il nostro mercato è sempre più simile a un banchetto durante il quale i commensali esteri fanno grandi scorpacciate.

Nessun acquirente tricolore Paolo Bulgari è stato costretto a rivolgersi ai cugini d'oltralpe perché "non c'è stato un italiano ad allearsi con noi". Gli dispiace, assicura. E spiega: "Per cinque anni abbiamo cercato partner tricolori, pronti anche ad andare in minoranza". Gli hanno risposto tutti picche. Niente da fare. "C'è una totale disattenzione all'eccellenza", continua il presidente della società togliendosi qualche sassolino dalle scarpe: "Noi diamo lavoro a tanta gente in Italia, siamo un gruppo trasparente che non ha mai avuto bisogno della politica". Ne sa qualcosa l'ad Francesco Trapani che per anni ha parlato con tantissimi imprenditori italiani con l’obiettivo di trovare una strada per mettersi insieme. "Purtroppo gli italiani sono come sono: estremamente attaccati al controllo - spiega Trapani alla Stampa - preferiscono giocare in una serie minore, essere piccoli, lasciarsi sfuggire opportunità di business, ma non perdere il controllo delle loro attività". Per questo la via di Parigi è divenuta obbligatoria.

Un business a carattere globale Il mercato del lusso diventa un business sempre più grande, sempre più globale. Per questo la Bulgari non poteva "ballare" da sola. "Non è detto che bisogna essere per forza grandi - chiarisce l'ad della società - ma se si ha l’ambizione di creare tanto valore, il fatto di essere relativamente piccoli è, a mio avviso, un problema in più". Ma non è tutto oro quello che luccica. E, anche in mezzo a gioielli di grosso calibro come quelli firmati da Bulgari, qualche "patacca" potrebbe anche esserci. In Francia, infatti, divampa la polemica: Hermès resiste all’assalto di Lvmh. Dicono che ne naturerebbe l’aspetto artigianale. E il dubbio che possa esserci lo stesso problema con Bulgari è tutt'altro che campato per aria. Proprio per prevenire rischi del genere, il made in Italy dovrebbe dar vita a un’azienda simile a quelle che ci sono all’estero per competere alla pari. Tuttavia, in Italia non solo non esistono i grandi colossi, non ci sono nemmeno aziende con un singolo marchio con dimensioni simili a quelle estere con brand unico (vedi Hermès o Chanel). Lasciando per un attimo da parte le filosofie sull'italianità, si fa sempre più stringente la necessità di economie di scala: il lusso made in Italy ha bisogno di aggiungere alla creatività e all’artigianalità anche le dimensioni. Perché, dietro alle grandi dimensioni, ci sono la finanza e i soldi. E' la finanza a dare il via a quegli investimenti che danno vita ai colossi.