Buon compleanno InternetSenza www non si può più vivere

Vent’anni fa, dall’intuizione di Tim Berners-Lee, un fisico del Cern di Ginevra, nacque il primo sito internet. E il nuovo mondo virtuale. La condivisione globale delle idee è il segno distintivo della modernità

La rete c’era già, ma era un incrocio di strade di cui pochi conoscevano la mappa, roba per militari o alchimisti tecnologici di qualche università. Quello che mancava erano le ruote o insomma un modo per viaggiare un po’ più velocemente su queste strade, come scambiarsi informazioni, come trasformare questa ragnatela appena abbozzata in un luogo di massa. Forse per farla breve mancavano semplicemente le parole. La storia, quella del verbo, comincia così. C’è a Ginevra, al Cern, un fisico inglese poco più che trentenne con una passione per le telecomunicazioni, uno che si è specializzato nell’ingegneria del software. Si chiama Tim Berners-Lee e un giorno del 1989 entra nella stanza del suo capo, Mike Sendall, e gli presenta un progetto sulla gestione delle informazioni. L’idea è questa. C’è un modo per trasferire i dati facilmente su internet. Come? Con gli ipertesti. Sendall legge e scrive un commento all’ultima riga dello studio: «Vago ma eccitante». Insomma, dice sì al progetto.

Passano due anni e Tim Berners-Lee piazza su internet il primo sito web. L’indirizzo è http://info.cern.ch. Era il 1991. È lui che scrive la prima versione del linguaggio di formattazione di documenti nota come Html. È lui che conia il nome di World Wide Web. È suo il primo browser per navigare, il Mosaic. Quella di Berners-Lee è una rivoluzione anche nel linguaggio. È parola. È quel www che cambia il mondo, che archivia in fretta l’era del fax e fa correre i pensieri in tempo reale da una parte all’altra del mondo. Fa diventare le lettere archeologia e ci butta dentro un calderone globale dove il tempo è maledettamente contemporaneo. Scrivo e arriva. Sono passati vent’anni da quel primo sito internet e tutto questo ci sembra scontato. Non lo era. All’inizio degli anni ’90 il web era solo una scommessa, qualcuno parlava di una moda passeggera e il primo ricordo che si ha di quello smanettare sul computer in cerca di un passaggio nella rete è una estenuante lentezza.

Non era il 1991, forse due o tre anni dopo. Ricordi quando un tuo amico, uno con cui hai condiviso gli anni dell’università, e ora lavora con te in un piccolo quotidiano, ti racconta di questa cosa che chiama Internet.
«Cos’è?».
«Il futuro».
«Boom. Ok, capitano Kirk, dov’è la sala ologrammi?».
«Non scherzo. Ti faccio vedere. Questo qui si chiama modem e lo collego alla linea del telefono. Digito un indirizzo e in questo modo puoi muoverti su una rete che è collegata in tutto il mondo».
«E che faccio, telefono? Ci parlo?».
«No, leggi e scrivi».
Il guaio è che per collegarci ci mettiamo una vita. Lui parla di «nodi» e non sempre è facile acchiapparli. Ci sono numeri lunghissimi da digitare e poi quel cavolo di coso grigio che chiama modem continua ad emettere un rumore straziante, come lo squittire di un topo isterico e tutte le lucette si accendono e spengono a intermittenza, ma in realtà non accade nulla. È snervante.
«Ma sei sicuro che questo sia il futuro? Faccio prima a spedire una lettera, se continua così».

Finalmente il ratto smette di squittire. C’è il collegamento, lentamente appare una pagina sul computer e cominci a leggere qualcosa. Li chiama siti. Smanetta indirizzi e ti fa vedere il programma di un gruppo di liberali americani anarchici e capitalisti o nostalgici sudisti che aspettano il ritorno del generale Lee e nel frattempo ti intrattengono con la musichetta di Dixieland. Dice: «Lo so che adesso ti sembra lentissimo. Ma se avrai pazienza presto qui cambierà tutto. Quando questa cosa sarà veloce non ricorderai come era il passato».

Aveva ragione. Immaginare un mondo senza il world wide web sembra quasi impossibile. Alla fine del secolo comincia a sembrarti assurdo che qualcuno non usi ancora le mail e si intestardisca a inviarti fax. Non vai più a caccia di nodi per connetterti e a casa accendi semplicemente il computer e ti ritrovi connesso. Quando vai in giro ti basta una chiavetta e se uno dei «nativi digitali» si lamenta per la lentezza provi a fargli capire che non ha neppure idea di cosa significhi essere lenti.

Nei primi anni del web maledivi tutti i siti con troppe fotografie. Non a caso una parte di te fa ancora fatica a pensare che si possa scaricare un intero film. C’è una voce che continua a suggerirti: ci metterà una vita. Non è così. Non lo è più. Ma ti restano i ricordi e le cicatrici dei pionieri. E ora che scrivi su facebook o su twitter pensi che in fondo i social network siano solo una grande chat. Scrivi pensieri in una bottiglia e ti stupisci al pensiero che c’è sempre qualcuno che risponda. Forse perfino Berners-Lee non si aspettava che il suo mare fosse così pieno di bottiglie.