Bush segnali di pace a Putin: Mosca non è una minaccia

Il presidente Usa mette l'accento sui punti in comune con il presidente russo: oggi il faccia a faccia. Il presidente francese Sarkozy invita a "capire i sentimenti" del Cremlino e media con Washington

Rostock - Forse è anche la differenza fra «pre-vertice» e «vertice». Più probabilmente la distinzione fra un discorso ideologico (quello di martedì a Praga) e un’esposizione strategico-politica, quella di ieri a Heiligendamm: una cosa è salire su un palco per parlare a degli attivisti dei diritti umani che presentano modelli di «dissidenza», un’altra è calarsi nell’arena delle polemiche, ma anche e soprattutto dei «do ut des». Fatto sta che il contatto col suolo tedesco sembra aver generato un altro Bush, diverso da quello di poche ore prima a Praga. Su un unico argomento, è vero, ma cruciale e in pratica sullo stesso livello preminente del dialogo e della polemica sui mutamenti climatici del pianeta. Questa volta un argomento tutto al presente e con i piedi per terra: i rapporti russo-americani.

Con qualche segnale di «ragionevolezza» in arrivo da Mosca assieme a Vladimir Putin e con un Bush che cambia registro. Che dice ai giornalisti che Mosca «non costituisce una minaccia per l’Europa», neppure quando manifesta l’intenzione di mettere obiettivi europei nel mirino dei suoi missili vecchi e nuovi come rappresaglia per la progettata installazione in due marche europee di frontiera di elementi di un sistema antimissile Usa. Il presidente dei falchi è stato esplicito: «La Russia non è un nemico, la Russia non attaccherà l’Europa». Alla domanda se Washington abbia in mente una contro-contromisura a livello di dispositivi militari la replica è stata secca: «Non ce ne sarà bisogno. Non siamo in guerra con la Russia. Le relazioni fra i nostri due Paesi, certo, sono complesse e conoscono, come sempre nella Storia, degli alti e dei bassi, dei momenti in cui prevalgono gli accordi, in altri in cui sono forti i disaccordi, ma di un ritorno alla Guerra Fredda non è proprio il caso di parlare».

Olio sulle acque tempestose di un confronto condotto anche aspramente. L’accento sulle comunanze d’interessi e non sui temi antagonistici. Indicazione che da parte americana si cercherà di diminuire la tensione, di tranquillizzare Mosca. Anche, forse soprattutto, nell’incontro odierno a latere fra George e Vladimir, a quattr’occhi; ma anche attraverso iniziative pubbliche e parallele. Il Congresso Usa aveva preannunciato poche ore prima una sessione congiunta delle commissioni Esteri dei Parlamenti americano e russo. A Washington, molto presto, entro il mese. Una mossa tattica, indotta anche dalla necessità di Bush di evitare un nuovo isolamento parallelo a quello, scontato e ora ufficiale, tra l’America e gli altri soci del club sulle dimensioni e soprattutto sui tempi delle misure per limitare il surriscaldamento dall’Artico all’Antartide. Ribadendo la propria lealtà di alleati e riconoscendo le buone ragioni del progetto americano, i Paesi europei hanno raccomandato a Bush, in vari modi e toni, di muoversi cautamente nei confronti di Putin e del nuovo nazionalismo russo: il presidente francese Sarkozy, in particolare, ha detto di «comprendere la storia dei polacchi e dei cechi», che hanno subito quarant’anni di oppressione sovietica, ma ha anche invitato a capire «i sentimenti dei russi» verso un progetto che rischia di apparire «politicamente aggressivo». Una cautela basata sulla convinzione che, nonostante le opposte retoriche non vi sono ragioni oggettive per una crisi fra l’Ovest e quello che resta dell’Est.

Anche fra le righe si tende a sdrammatizzare. In primo luogo sui tempi: lo «scudo» americano è lontano dall’essere completato e dunque installato e comunque non potrebbe costituire una barriera autentica contro l’arsenale missilistico di Mosca. La minaccia iraniana non è imminente e comunque marginale. I «supermissili» agitati da Putin non potrebbero fare più danni all’Europa degli ordigni da tempo esistenti. E ben pochi credono seriamente che la Russia, erede dello sfacelo dell’Unione Sovietica e finalmente ben lanciata in un recupero economico, intenda rischiare tutto o molto in una riedizione di una gara che neppure stavolta potrebbe vincere e che in passato l’ha condotta alla rovina. Nonostante il crescere delle polemiche non è nei cieli dell’Eurasia il punto focale dei nuovi pericoli e la sfida del XXI secolo non si potrà vincere affidandosi a dei nuovi «muri»: né sulla terra né fra le stelle.