Il cabaret di Fassino

C’è una noiosa ripetitività nell'uso politico della storia di cui è diventato un esperto praticante Piero Fassino. L'altro giorno, ancora una volta, ha cercato di annettere Bettino Craxi nel suo pantheon e ha annunciato l'ennesimo gesto simbolico di rottura rispetto al pesante passato del rapporto tra il Pci e Stalin. Lo ha fatto per un intuibile tornaconto immediato. Da un lato, è visibile una polemica diretta con quegli esponenti della Quercia che rifiutano la prospettiva del Partito democratico e preparano una scissione «neo-socialista», dall'altro lato è chiara la risposta esplicita ad una domanda che gli aveva posto la scorsa settimana il vice-direttore del Corriere della Sera, Pigi Battista. Si tratta solo di pubbliche relazioni, dettate da un'ansia comprensibile, se Renato Mannheimer valuta che la nuova formazione che nascerà dalla fusione tra Ds e Margherita oggi è in grado di raccogliere solo il 23% dell'elettorato, in altre parole è già alle prese con una profonda crisi di fiducia.
Bisogna però chiedersi perché Fassino e i suoi compagni post-comunisti, per cercare di apparire presentabili, devono continuamente e regolarmente rivolgere un tributo tardivo a Craxi e rendere omaggio alle vittime del Gulag, di Stalin e del dopo-Stalin. Conosciamo la risposta più ovvia e indiscutibile: la loro storia non ha funzionato, né nel rapporto con il «comunismo reale» né in quello, più recente, con il riformismo del Garofano. Ma c'è anche un'altra risposta, più secca: finora non ha funzionato nemmeno la lunga opera di revisionismo in cui sono impegnati da tempo.
Mi viene in mente che non era ancora crollato il Muro di Berlino quando Achille Occhetto (segretario ancora del Pci) andò a inaugurare un monumento a Togliatti e, fra la sorpresa generale, affermò che «il migliore» era stato corresponsabile dei crimini di Stalin. In quegli stessi mesi venne data alle stampe, ed ebbe una discreta eco, una ricerca condotta dall'ex corrispondente dell'Unità a Mosca, Romolo Caccavale, sulla Tragedia dell'antifascismo italiano nell'Urss, in cui c'era un lungo (e ancora incompleto elenco) degli italiani vittime delle purghe. Parlo di quasi vent'anni fa. Così come quasi dieci anni fa vennero espressi i dubbi su Craxi «capro espiatorio» e, nel 2000, nei giorni successivi alla morte del leader socialista ci fu un'impegnativa revisione del giudizio storico e politico. Dunque, non c'è nulla di nuovo in quel che continua a dire Fassino, come se si trattasse di nuovi ed originali «strappi».
L'unica novità è rappresentata dal fatto che ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che un tempo così lungo - venti o dieci anni - non è servito a sedimentare una cultura e a sancire una transizione. Che l'errore, che pesa sul presente, sta soprattutto in quel che è successo dopo la «svolta» della Bolognina. Che la Quercia, anziché fare i conti con l'eredità di Enrico Berlinguer, ha preferito ad esempio liberarsi di quell'Occhetto che pure aveva posto qualche problema scomodo. Che il passato è stato dato per risolto, mentre sono stati dimenticati perfino gli «strappi» appena compiuti. Che sono sempre riemerse le vecchie culture della «superiorità morale», delle varie «terze vie», del neutralismo tra Occidente e totalitarismi, dell'antagonismo sociale e del pan-sindacalismo. Che non c'è stata alcuna vera mutazione in un'élite che cambia nome - Pds, Ds, Pd - senza cambiare se stessa.
Questa è la ragione per la quale Piero Fassino continuerà sempre ad annunciare l'annessione di Craxi o pellegrinaggi nell'ex-Est e a cercare «strappi». È l'unico mezzo di cui dispone per dimostrare di essere «mutato». Il suo problema vero non è quel che fu il Pci, ma l'incompiutezza del distacco compiuto, il vuoto culturale e le incongruenze politiche della sinistra che è venuta dopo. Una sinistra che non ha un presente credibile e che trova la propria identità solo negando, con gesti da cabaret, il proprio passato.
Renzo Foa