Caccia ai killer dell'economia italiana

Non ce la facciamo a uscire dalla crisi. E uno dei colpevoli è nascosto e pericoloso: l'incapacità di lavorare come una volta

di Angelo Allegri

L'omicidio c'è stato, i colpevoli sono ancora alla macchia. La vittima è l'economia italiana, che, come nel gioco dell'oca, sembra girare in tondo: nell'anno di grazia 2016 è tornata sì e no ai livelli del 2000. Sull'altare della grande crisi iniziata nel 2007, è andata persa complessivamente una fetta vicina al 10% del Pil.

Intendiamoci, la botta è stata dura per tutti. Per noi, però, di più. Vent'anni fa un italiano guadagnava mediamente 1.500 dollari all'anno in meno di un tedesco. Adesso la differenza si è trasformata in un abisso, 10mila dollari. Rispetto alla Spagna eravamo dei ricconi: il distacco a nostro favore era di 5000 dollari all'anno, oggi si è ridotto a 1.700.

Che cosa è successo? Come in ogni thriller che si rispetti i possibili colpevoli sono molti e a complicare le cose c'è un giallo nel giallo. L'economia va male, dicono gli economisti, anche perché va male un'altra grandezza dal nome respingente, la produttività, che gli studiosi considerano la vera chiave per misurare lo stato di salute di un'economia. «Non tutto dipende dalla produttività, ma sul lungo periodo quasi tutto dipende dalla produttività», ha detto il Premio Nobel Paul Krugman.

Di che cosa si tratta? In termini comprensibili è il valore prodotto da un lavoratore in un'unità di tempo. Se in un'ora di lavoro un lavoratore produce un paio di pantofole e un altro è in grado di (...)

(...) produrne due, vuol dire che la produttività del secondo è il doppio di quella del primo. In linea di massima aumentare la ricchezza di un Paese significa produrre più cose di valore per persona. Più si alza il valore prodotto, più si alzano i salari e i redditi complessivi. Il Paese in cui un lavoratore medio in un'ora fabbrica un computer è senza dubbio più ricco di un Paese in cui nello stesso tempo si riesce a produrre solo un paio di pantofole. Più che tra nazioni diverse il confronto viene utilizzato però per misurare l'evoluzione all'interno di uno stesso sistema economico: si prende il valore del Pil (la ricchezza prodotta in un anno) e lo si divide per il numero complessivo delle ore lavorate. Poi lo si paragona al valore di un periodo precedente. E proprio qui per l'Italia iniziano i problemi.

CONFRONTI SCOMODI

Dal 1995 a oggi la produttività del nostro Paese è cresciuta del 6,4% (vedi anche la tabella in questa pagina), un'inezia in confronto al 40% degli Stati Uniti e al 28% di Francia e Germania. Anche economie dalle performance non straordinarie come Portogallo e Spagna sono state di gran lunga più brave di noi (con un aumento rispettivamente del 25 e del 15%). Tornando all'esempio di prima, rispetto a vent'anni fa l'operaio italiano continua a produrre in un'ora le stesse due pantofole o appena di più, quello americano ha imparato a produrne quasi tre. Ed è da notare che l'introduzione dell'euro non ha avuto un impatto diretto sulla poco incoraggiante situazione. Le svalutazioni, rese impossibili dalla perdita della sovranità monetaria e invece abituali ai tempi della lira, consentono di ripristinare la competitività di prezzo (e cioè di rendere convenienti all'estero le pantofole italiane) ma il numero di pantofole prodotte per persona non cambia e non cambia il loro valore espresso in valuta internazionale.

Il problema dunque è nella capacità di produrre, di lavorare bene, quella capacità che ha dato vita al «miracolo economico» e che all'apparenza sembriamo aver perso. Tenendo conto anche che nel gioco della produttività c'è un altro elemento da valutare, il capitale, gli impianti a disposizione dei lavoratori, che richiedono continui investimenti da parte delle imprese. Anche in questo caso il principio di base è intuitivo: un operaio che lavora con macchine di 50 anni fa sarà meno produttivo di chi lavora con l'ausilio delle ultime tecnologie. «Da questo punto di vista e fatto salvo il periodo peggiore della crisi, gli investimenti delle imprese italiane hanno tutto sommato tenuto», spiega Fabiano Schivardi, docente di Imprenditorialità all'Università Bocconi. «I dati degli ultimi anni sembrano piuttosto mettere in discussione un altro elemento: la capacità di innovare delle imprese, di riorganizzare le risorse a disposizione in maniera efficiente».

Sul perché le aziende italiane abbiano perso l'andatura da campione le analisi si sprecano. E forse una causa unica non c'è. Molti studi hanno per esempio messo sotto accusa il basso tasso tecnologico delle imprese. Non tanto di quelle che operano nei settori più avanzati, ma di tutte le altre. «Facciamo una gran fatica ad adottare e a far fruttare le innovazioni nel campo della Tecnologia dell'informazione e comunicazione», dice ancora Schivardi. In pratica non siamo capaci di usare come si deve computer e programmi di gestione aziendale basati sull'informatica. Ma anche in questo caso gli studi dimostrano che ci sono delle differenze. Nelle aziende più grandi il distacco rispetto ai rivali europei non è particolarmente rilevante. Dappertutto però sono le aziende più piccole ad avere le maggiori difficoltà. E purtroppo l'Italia ha un tasso di piccole imprese molto più alto dei concorrenti. In più c'è una particolarità.

TUTTO IN FAMIGLIA

«Da noi le aziende sono in larghissima parte a proprietà familiare. E questo accade un po' ovunque, non sarebbe un problema», dice Schivardi. «Ma solo in Italia la famiglia occupa in maniera spesso capillare tutte le posizioni di vertice». Con il padre numero uno e i figli responsabili «per diritto ereditario» dei vari settori, l'azienda familiare diventa «familista» e, soprattutto, perde capacità manageriali, la qualità delle scelte compiute si abbassa.

«Altre ricerche puntano il dito in generale sui meccanismi di gestione delle risorse umane», aggiunge Gianmarco I.P. Ottaviano che insegna Economia alla LSE e all'università di Bologna. «Da noi le promozioni si fanno più per anzianità che in base a una valutazione delle prestazioni effettive. I meccanismi sono poco meritocratici». Si può finire qui con l'elenco delle piaghe dell'economia italiana? Macché, ne mancano almeno due o tre. «Siamo ben lontani dalla vetta in tutte le classifiche europee per numero di laureati e diplomati, abbiamo tanti laureati in materie umanistiche e giuridiche pochi in materie tecniche», aggiunge Ottaviano. Anche qui la conseguenza è ovvia: le innovazioni attecchiscono più facilmente in un ambiente di ingegneri che di laureati in Storia del Teatro. Poi c'è la questione dell'insufficiente ricambio tra aziende efficienti ed inefficienti. Dalle nostre parti si cerca a tutti i costi di salvare anche quelle più improduttive per paura della disoccupazione. Si protegge il lavoro e non il lavoratore, aiutandolo a trovare un nuovo impiego. Infine un ostacolo alla crescita della produttività che pesa come un macigno: un'amministrazione pubblica e un fisco che non sembrano tenere il passo con la modernità aumentando l'incertezza dell'economia e rallentando l'innovazione.

Resta da chiarire come mai, con tutte queste «tare» così profondamente incise nella storia del nostro Paese, l'Italia sia riuscita a crescere con tassi record negli anni d'oro del «miracolo», per poi arenarsi nei decenni successivi.

SVOLTA GLOBALE

Schivardi un'interpretazione ce l'ha: «Negli anni della grande crescita la Penisola si era specializzata in prodotti basici, tutto sommato poveri, e i difetti del sistema si sentivano di meno. Poi è arrivata la globalizzazione, la concorrenza asiatica. Per sopravvivere l'Italia ha dovuto alzare il tiro, ma con la necessità di correre di più, di specializzarsi in prodotti hitech, di concludere contratti più sofisticati, di utilizzare brevetti che richiedono una tutela legale complessa tutti i difetti sono usciti allo scoperto».

A porsi il problema della produttività è anche Confindustria. «Gli ostacoli sono quelli di sempre, la tassazione, le lentezze burocratiche, l'incertezza giuridica. Eppure siamo riusciti a mantenere il secondo posto in Europa dopo la Germania per produzione industriale e siamo secondi al mondo, sempre dietro alla Germania per complessità dell'export», spiega Luca Paolazzi, direttore del centro studi dell'associazione. «Molto semplicemente non tutte le imprese sono uguali. C'è un 20% di eccellenze, un 20% di aziende in fondo alla classifica e il 60% che sta in mezzo. Le differenze di performance non dipendono né dai settori, né dalle dimensioni o dalla localizzazione. Piuttosto dalla competenze, da quello che si sa fare, dalla capacità di innovare, di produrre prodotti più sofisticati e di gestire la complessità strategica e organizzativa che essere diversificati impone. In questa direzione dobbiamo evolverci», dice Paolazzi. «Tenendo presente le nuove regole del gioco: una volta contavano conoscenza del prodotto e dei processi produttivi, il principio era quello dell'uomo solo al comando. Oggi bisogna badare a relazione con i clienti, innovazione tecnologica e gioco di squadra».

Angelo Allegri