A caccia della nave che nasconde l’oro di Napoli

Il relitto è stato individuato nel 2000 da alcuni avventurieri italo-inglesi

Stefano Passaquindici

Una nave affondata; un antico e favoloso tesoro; vecchi e nuovi pirati; le più moderne tecnologie subacquee a disposizione per recuperare il prezioso carico: gli ingredienti per una affascinante avventura ci sono proprio tutti. E il 30 settembre, condizioni climatiche permettendo, partirà l'operazione di recupero del tesoro del Polluce, il piroscafo a ruote della compagnia De Luchi Rubattino, che a causa di un abbordaggio da parte del vapore della Compagnia di Navigazione Napoletana Mongibello, avvenuto la notte del 17 giugno 1841, era colato a picco in 103 metri di fondale a cinque miglia da Longone (Porto Azzurro), isola d'Elba. Questo recupero si compie a 164 anni, dal primo tentativo, fallito, che l'armatore genovese mise in atto nel settembre dello stesso anno. Il Polluce è però già stato depredato, nel febbraio 2000, da un gruppo di avventurieri italo-inglesi. Nel complesso, pur preziosa, la parte di carico recuperato dagli avventurieri, e confiscato dai Carabinieri Nucleo tutela patrimonio culturale, è modesta (poco più di 2000 monete e una collezione di gioielli). Le notizie storiche ci riportano essere 100mila monete in oro e 70mila in argento, di cui una buona parte si stima sia ancora all'interno del relitto. Il valore del tesoro non è facile da definire. Qualche esperto ricercatore straniero lo ha stabilito in molti milioni di dollari e comunque così elevato da entrare nella hit parade dei tesori marini più cospicui del Mediterraneo.
La vicenda dell'affondamento di questa nave, avvenuto a due mesi dalla sua entrata in servizio, la scomparsa del suo ricco carico non dichiarato nelle polizze di carico, il conseguente processo che ebbe un'eco internazionale, era in pratica stata cancellata dalla storia tanto è vero che il Polluce negli annali della De Luchi Rubattino (armatore noto per le navi dei Mille di Garibaldi) è ricordato sempre e solo con poche righe. L'attuale programmata operazione di recupero raccoglie in sé alcune importanti novità: sarà il recupero archeologico subacqueo più profondo effettuato finora in Italia da operatori tecnici subacquei in saturazione (che lavoreranno entrando e uscendo a turno da una campana pressurizzata in profondità) con l'ausilio delle stesse tecnologie adottate nella ricerca sottomarina delle scatole nere nei disastri aerei; - è la prima volta che un'azienda privata italiana sponsorizza un progetto di recupero di beni artistici e culturali in ambiente marino. Da non dimenticare inoltre che il relitto del Polluce, con il suo carico depredato, è l'unico tesoro sottomarino che si sia fino ad ora ritrovato in acque nazionali. Il recupero avviene in collaborazione con Dipartimento per i Beni culturali e paesaggistici (supportata da altri numerosi e importanti organismi istituzionali). L'operazione è stata affidata a The Historical diving society Italia (HdsI) di Marina di Ravenna (RA) per il recupero dei materiali preziosi presenti nel relitto del Polluce e di eventuali parti mobili dello scafo di interesse storico-navale.
Il lavoro vero e proprio sarà effettuato dalla Marine consulting diving contractors di Mezzano di Ravenna, azienda specializzata in lavori subacquei, con un «impianto d'alto fondale» ed una squadra di operatori tecnici subacquei in saturazione. La Capmar Studios di Roma, casa di produzione cinematografica specializzata in filmati e documentari subacquei, naturalistici e scientifici, effettuerà le riprese che serviranno a realizzare un documentario completo ed esaustivo sulla scorta dell'indagine storica raccolta nel libro scritto dal giornalista-subacqueo Enrico Cappelletti Operazione Polluce - L'oro dell'Elba di recente uscita pei tipi di Magenes Editore.
Con un'indagine svolta dai Carabinieri Tutela patrimonio culturale di Firenze, il 10 ottobre 2002 Scotland Yard consegnava quanto era stato sequestrato il 17 giugno 2001 presso la casa d'aste londinese Dix Noonan Webb. Il materiale prezioso denominato «il tesoro di Santa Lucia» (dal nome di una secca tra Livorno e Genova) proveniva da un recupero illegale avvenuto nel febbraio del 2000 su un relitto che giace a tre miglia da Porto Azzurro, isola d'Elba. L'operazione illegale, una truffa in piena regola ai danni del patrimonio archeologico nazionale, era avvenuta con l'uso di un rimorchiatore, armato di gru e benna, che si era ancorato sul relitto distruggendolo quasi completamente. Il gruppo, in maggioranza inglese, aveva richiesto alle nostre autorità un permesso ufficiale per il recupero di alluminio nel relitto del Glenlogan affondato a Stromboli da U-boot tedesco nell'ottobre del 1916. Modificando poi abilmente i documenti. Era necessario capire il motivo per cui quel relitto navale era stato oggetto di un simile saccheggio da parte di un gruppo che le indagini successive confermarono essere cercatori di tesori sottomarini. La storia navale nazionale, gli archivi degli storici specializzati, i database internazionali non hanno mai riportato un relitto navale tesoriero nelle acque italiane, con l'unica eccezione di una menzione nell'Atlante dei Tesori sommersi di Nigel Pickford, un'autorità in merito. Con una ricerca durata quasi due anni, seguendo una flebile traccia, questa incredibile storia marittima risorgimentale è tornata alla luce. Sparsi in una decina di Archivi di Stato e in numerose biblioteche furono trovati brandelli di documenti e la quasi totalità dei carteggi di un processo, che fece grande eco internazionale, tenuto a Livorno nel 1842, e durato due anni.
Nelle centinaia di fogli le testimonianze dei passeggeri, e del comandante, che si salvarono dal naufragio del Polluce, la notte del 17 giugno 1841, a poco meno di tre miglia da Capo Calvo, Isola d'Elba, dopo essere stati abbordati dal vapore napoletano Mongibello che fece colare a picco la nuovissima nave della compagnia sarda De Luchi Rubattino in meno di 15 minuti. Ed ora, dopo oltre 160 anni il tesoro del Polluce potrebbe tornare a galla riservando molte sorprese e svelando anche qualche mistero. Primo fra tutti quello legato alla carrozza d'oro dei Borboni che sarebbe stata imbarcata di nascosto sulla nave.