Caccia sfrenata all’ex campione per vincere i tornei veterani

Il tennis di oggi è profondamente cambiato da quello di una volta, quello di trent'anni fa. Sono due sport diversi, la mutazione è stata profonda: una volta era lo sport della fantasia e dell'eleganza, si giocava di fino e con regole immutate sin da quando il maggiore Wingfield le aveva codificate nel 1873. Sul campo prevaleva il talento, l'estro; si giocava rigorosamente in bianco, nei tornei e nei circoli del tempo libero. Oggi nell'attività agonistica prevale la forza fisica e la velocità di gioco, i campioni d'un tempo, per quanto dotati di talento, non potrebbero competere nemmeno con i giocatori di secondo e terzo livello. Non veniva misurata la velocità del servizio, che oggi farebbe ridere a confronto degli ace di Federer, Roddick e gli altri che servono con continuità sui 200 km/h. E il bianco è rimasto nella storia, solo Wimbledon ha resistito all'invasione dei colori e degli accostamenti cromatici a volte assurdi ma imposti dagli sponsor.
Tutto è cominciato nel 1975, con il riconoscimento del professionismo. Le federazioni hanno perduto progressivamente potere (quella internazionale ha giurisdizione soltanto sulle due grandi competizioni a squadra nazionali, la coppa Davis e la Fed Cup femminile, e sull'attività giovanile fino ai 18 anni), tutto il grande tennis è comandato dalle due organizzazioni di categoria, ATP (uomini) e WTA (donne) che sovrintendono al calendario e alla gestione dei tornei, e dalla tv che è riuscita persino a far cambiare talune regole di gioco, come l'introduzione del tie-break per accorciare la durata degli incontri. Così, in parallelo, hanno perso potere anche le federazioni nazionali, al compimento dei 18 anni i giocatori sono liberi da vincoli di tesseramento, aderiscono all'ATP e alla WTA per svolgere individualmente l'attività agonistica. Resta alle federazioni il potere per la Davis, la Fed Cup e i tornei under 18.
Di riflesso il cambiamento ha inciso notevolmente sui circoli, che danno vita alla federazione e svolgono l'attività di base e soprattutto quella del tempo libero. Da una ventina d'anni devono fronteggiare la recessione degli iscritti, anche se oggi si notano alcuni timidi segnali di ripresa, e l'incremento delle spese di gestione. Due le cause principali di questa situazione. Una è individuata nella scomparsa del tennis in chiaro dagli schermi tv, in particolare dopo il declino della Davis azzurra che negli anni Settanta - sulla scia della conquista dell’insalatiera e dei successi di Panatta-Bertolucci-Barazzutti, protagonisti dei tornei più importanti - aveva creato un vero fenomeno. Oggi la nostra tv si occupa marginalmente della Davis (poca cosa, dato che siamo in B e si fatica a battere la Lettonia) e degli Internazionali di Roma, relegati a ore notturne sulla Rai e inaccessibili a chi non ha la tv a pagamento.
L'altro motivo della recessione è certamente il nuovo modo di vivere dei giovani: il tennis, soprattutto agli inizi, è uno sport che diverte poco, e quello agonistico richiede sacrifici e rinunce a comodità che ben poco sono comuni ai nostri ragazzi. La gioventù, anche nel divertimento e nei giochi del tempo libero, cerca l'aggregazione, vive in gruppo e non quasi solitaria come con la racchetta; preferisce giocare a calcio, più esattamente a calcetto, oppure a basket e pallavolo, giochi più facilmente organizzabili e meno costosi.
Di conseguenza il nuovo modo di interpretare il tennis agonistico e di vivere quello del tempo libero ha provocato profondi mutamenti nella gestione dei circoli e nella loro vita sociale. Alla diminuzione degli associati moltissime società - in particolare nel centro-sud - per sopravvivere ai maggiori oneri di gestione, in parallelo con la flessione degli associati, hanno trasformato campi da tennis in impianti per il calcetto, salvando il bilancio, ma provocando spaccature nel tessuto sociale. Si è persa insomma quella che era la caratteristica del club, intesa nel senso più completo: si gioca meno a tennis, si frequenta di più la palestra diventata indispensabile per evitare la fuga di soci verso circoli meglio attrezzati, si gioca molto a carte anche se il bridge ha ceduto il posto ad altri giochi meno tradizionali. E si sono così creati gruppi ben distinti, ciascuno con le proprie esigenze e modalità di frequentazione con poco in comune oltre la quota sociale. Non è raro il caso che molti associati non conoscano nemmeno i consiglieri del club.
Risultato: meno tennisti praticanti, meno larga la base giovanile sulla quale i maestri possono lavorare alla ricerca dei futuri campioni. Così è cambiato anche il modo di interpretare l'attività agonistica, che incide sempre notevolmente sui bilanci societari: se nel proprio ambito i club non trovano giocatori competitivi, ecco che per competere nei campionati a squadre li vanno a cercare in altri club che non svolgono attività agonistica o addirittura all'estero con ingaggi minimi. Ci sono decine di giocatrici e giocatori che provengono dall'Est europeo e che magari con il tennis riescono a integrarsi nella vita quotidiana. Fenomeno che si estende addirittura per le squadre dei campionati over 50 e più, club che vincono le competizioni nazionali con squadre formate da giocatori, in realtà quasi sempre maestri, ingaggiati ad hoc anche in regioni lontane. Altri esempi? In un club con sede in un paesino del Collio con poco più di duemila abitanti e certamente più noto per la produzione vinicola, ha ingaggiato un maestro croato per formare una buona squadra di serie B. Che però non può nemmeno giocare in casa perché i campi da tennis sono due e deve emigrare a Udine. E anche il tennis a squadre appartiene al passato, quando, a bordo campo, si vivevano gli incontri con entusiasmo e tifo e tutti conoscevano i giocatori. Oggi capita spesso di sentir molti chiedere «ma qual è quello che gioca per noi?». Due mondi staccati, quello agonistico e quello sociale.
Ma i circoli cosa ne ricavano dai risultati delle squadre? Poco o nulla nell'immagine-promozione, ne parlano appena giornali e qualche tv locale. Il tutto però serve per sviluppare le scuole-tennis da settembre a maggio, che incrementano il bilancio di gestione, e per disporre di un maggior numero di voti per le assemblee regionali e nazionali. Cose che ai soci, quelli che mantengono in vita i circoli, interessano poco o nulla, perché i problemi e le situazioni della federazione non vengono mai dibattuti nelle riunioni sociali e a chi gioca per divertimento non interessa nulla chi diverrà poi presidente federale.
In pratica: i circoli non traggono lustro né altri benefici nemmeno dal grande tennis. Non si legge mai, né si sentono nelle interviste tv, che la Schiavone e la Pennetta, ad esempio, sono nate al TC Milano-Bonacossa che per la loro prima attività ha fatto investimenti tecnici ed economici; lo stesso discorso vale per Seppi, Starace e altri. Atleti che la federazione ha mantenuto nelle strutture federali (una volta c'era Riano, poi Cesenatico, adesso c'è il centro federale a Tirrenia) e per i quali di recente ha erogato un prestito finanziario per aiutarli a gestire la loro attività professionistica, creando però imbarazzo con quelli che non beneficiano di questa iniziativa... Per non parlare poi di com’è finito il caso Bolelli, punito per essersi rifiutato di giocare in Davis: al circolo che lo ospita quand’è in Italia è stato proibito di farlo allenare, pena la squalifica di tutti i ragazzini dai tornei federali.
Insomma, i tempi sono davvero cambiati. Ma quello che non cambia è la situazione del tennis italiano: nell’ultimo anno non ci sono stati progressi in classifica e facce nuove nel circuito non si sono viste. Soluzioni? Quando il tennis italiano la finirà di litigare forse si potrà cominciare a parlarne.