La caduta di Prodi

Ogni volta che il centrosinistra fibrilla, riaffiora la vecchia polemica sulla caduta del governo Prodi, il quale chiese, ma non ottenne la fiducia della Camera per un solo voto, 312 a 313. È un tormentone che dura dal 9 ottobre del 1998 e che ha sempre gli stessi attori: da un lato il professor Arturo Parisi, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, accusato di aver sbagliato i conti e dall'altro i beneficiati del ribaltone - Massimo D'Alema in testa - su cui è stato fatto pesare il sospetto di aver lavorato dietro le quinte per provocare ed incassare la crisi dell'Ulivo. Parisi ha ora promesso di raccontare quella vicenda «con qualche particolare in più», ma in un futuro in cui i suoi protagonisti «saranno diventati tutti ex». Ci vorrà quindi un po' di tempo per avere una versione completa.
Nel frattempo, però, c'è da dire che si sa già molto, quasi tutto. E c'è da aggiungere che la verve polemica, che accompagna ancora oggi quel vecchio passaggio della politica italiana, non sembra affatto trascinata solo da conti personali mai chiusi. Al contrario ci viene riproposta una metafora, neanche troppo sfumata, per parlare del presente. Più in particolare per parlare di un candidato a Palazzo Chigi il quale resta esposto a tutti i venti che agitano una coalizione destinata, se dovesse vincere le elezioni, ad avere un indice di capacità di governo ancora più basso di allora.
Il giallo costruito attorno a quel voto di fiducia del 1998 appare quindi soprattutto un depistaggio, un artificio per presentare come un errore di calcolo, un incidente tecnico della politica, la rottura che si consumò nell'Ulivo nel momento in cui diventarono insostenibili le reciproche insofferenze. In particolare di Fausto Bertinotti per una politica sociale che non accettava; dei Ds che non sopportavano di essere condannati per l'eternità ad attaccare i manifesti elettorali e a raccoglier voti per un altro; degli ex democristiani - come Franco Marini - che non ne potevano più di essere oscurati dall'ingombrante presenza dell'ex presidente dell'Iri.
Prodi, quando non trovò la fiducia della Camera, aveva già perso la sua maggioranza, era già un presidente del Consiglio senza alcuna possibilità di continuare a governare. Come si dice in gergo parlamentare, non aveva più i numeri. D'Alema lo affermò esplicitamente, quando presentò la sua compagine a Montecitorio, il 21 ottobre. Ricollocò l'Ulivo nella categoria del semplice «progetto», strappò l'applauso dei suoi sottolineando che quel progetto «continua a vivere», ma aggiunse subito che «oggi l'Ulivo non ha la forza, da solo, di governare il Paese» e che per questo la governabilità «è affidata ad un patto politico con un centro convinto, come ha detto il presidente Cossiga, che si possa essere oggi alleati e domani avversari». Dunque, non cambiava solo l'inquilino di Palazzo Chigi, cambiava la natura stessa della maggioranza.
Non è questo lo stesso scenario che si presenta all'Unione oggi, ancor prima della prova elettorale? Se proviamo a tradurre nel 2005 quanto accadde nel '98, ci accorgiamo delle insofferenze di Bertinotti, del fatto che i Ds oltre al «tesoro» vogliono esprimere anche il «tesoriere», della difficoltà di Rutelli di digerire la triangolazione del listone unico alla Camera e, soprattutto, di un antagonismo che ha sempre come target Prodi, eterno principe senza scettro. Lontano è il trionfalismo delle primarie, l'Economist si è ritirato dalla partita. Resta la consolazione del giallo del 1998, per esorcizzare il nodo irrisolto di un centrosinistra che è già un cartello senza coesione e non avrà, comunque, la forza di governare da solo.
Renzo Foa