La Calais operaia dirà «no» agli immigrati

Il voto di oggi sarà la replica del successo ottenuto nel 2002 da Jean-Marie Le Pen, che prese il due per cento in più di Chirac e il doppio del candidato comunista

Luciano Gulli

nostro inviato a Calais

Belot, lo chiamavano. Il nome vero non l’ha mai saputo nessuno. «Un nero del Sudan, sui 25 anni, alto e statuario come se ne vedono in certe pitture dei faraoni», dice madame Giselle. Era arrivato un giorno dell’estate scorsa, insieme con altri africani morti di fame come lui. Raccontava di aver attraversato con i suoi compagni il Canale di Sicilia e di essere sbarcato fortunosamente in Italia. Da lì a Nizza non era stato difficile. Da Nizza, infine, era venuto ad arenarsi su questa spiaggia, davanti al tunnel che passa sotto la Manica e che è blindato come una volta il muro di Berlino. Con il filo spinato, le telecamere, i riflettori, gli sceriffi col cane lupo al guinzaglio, i gendarmi e tutto quanto.
La storia di Belot è rimasta particolarmente impressa a madame Giselle, su al centro di accoglienza per gli immigrati di Calais, perché quel ragazzo sorrideva sempre. «Era gentile con tutti, e se poteva fare qualche lavoretto si prestava volentieri, anche se non c’erano soldi in ballo». Quando andò a cercare l’orrendo hangar di Sangatte, che fino al dicembre del 2002 aveva ospitato decine di migliaia di sventurati che sognavano l’Inghilterra, come lui, Belot trovò solo un cancello chiuso e un guardiano che gli fece cenno con un manganello di allontanarsi. Così dovette arrangiarsi. Dormiva ai giardinetti, alla stazione, aspettando sempre il momento buono per infilarsi su un camion, su un treno, su un traghetto. Aveva negli occhi e nel cuore l’«american dream», come tutti. L’Inghilterra era solo l’ultimo ostacolo che gli si parava davanti. Lo avrebbe superato di slancio, un giorno o l’altro. Così pensava quel ragazzone che sembrava uno di quei nubiani raffigurati nelle pitture della Valle dei Re. Una sera Belot disse: «Da domani non mi vedrete più». Sparì. Lo trovarono di lì a un paio di settimane, annegato tra gli scogli, su verso Dunkerque, il cadavere spinto come un fantoccio dalla risacca. E nessuno mai seppe come c’era finito, a Dunkerque.
C’era una volta, tanto tempo fa, una Calais comunista. Città di operai e di camalli, di metalmeccanici che lavorano nei cantieri navali e di marittimi. Città di ciminiere e di fumaioli, il va e vieni di traghetti dalle bianche scogliere di Dover, le vaste aree di mare occupate dalle coltivazioni di cozze. Una volta, di fronte a un referendum come quello in cui oggi il governo si gioca il tutto per tutto, si poteva scommettere a occhi chiusi su quale sarebbe stata la risposta di Calais. È stato così per generazioni, fino a quando non è scoppiato il bubbone dell’immigrazione. «Da allora siamo diventati l’ascella della Francia», dice Gerard Deffineaux, uno sui 50 che sta bevendo una birra alla spina al «Deux Magots», non lontano dal tetto d’ardesia del municipio.
«Da roccaforte comunista a roccaforte qualunquista», sottolinea con un risolino beffardo Gerard, che lavora in uno dei cantieri navali della zona. «La gente voterà no, al referendum. Ma lì, dentro le urne, sarà difficile distinguere tra i no di sinistra e i no dell’estrema destra». È stata l’immigrazione clandestina, il grande bubbone che per anni si è incistato sul corpo placido di questa cittadina di provincia, a cambiare gli animi. «Qui ne abbiamo visti, e ancora ne vediamo, di tutti i colori. Ceceni, bielorussi, moldavi, curdi, iracheni, afghani, cingalesi. E ancora ucraini e cinesi», raccontano al Municipio. «Per un po’ la gente ha tollerato. C’era l’ideologia, ma c’era soprattutto la solidarietà umana. Poi è diventato un bordello. Chi non trovava posto nel lager di Sangatte dormiva in giro, rubava, la tensione era alle stelle». Sessanta, settanta, forse centomila ne sono passati in tre anni da Sangatte, prima che quel campo chiudesse.
La sera del giorno di Natale del 2001 si buttarono in 500 verso la ferrovia, verso l’imbocco del tunnel sotto la Manica. Quei disperati vennero rispediti tutti indietro, e rinchiusi a manganellate nel campo profughi. Fu allora che l’esasperazione raggiunse il culmine. Quell’anno, solo quell’anno, la società franco-inglese che gestisce l’Eurotunnel spese qualcosa come 7,5 milioni di euro per rafforzare le misure di sicurezza. Ma il problema è rimasto, anche se ora è meno visibile. Con 1.000 euro, raccontano, un clandestino riesce a trovare un letto nella zona di Calais anche per 20 giorni, in attesa del passaggio dall’altra parte del Canale. E chi non ce la fa si ferma, torna magari indietro di cento chilometri, va a ingrossare l’esercito dei sans papier.
La vittoria di Jean-Marie Le Pen, nella primavera del 2002, fu la punizione che i cittadini di Calais escogitarono per esprimere la loro protesta, e per punire i comunisti, che sull’immigrazione non avevano capito quali umori stavano emergendo. Il 18,48 per cento a Le Pen, davanti a Chirac (16,92 per cento) e a Jospin (15,38 per cento). Robert Hue, il candidato comunista, si fermò all’8,62 per cento. Roba mai vista da queste parti.
Claude Gobineau, capitano marittimo, quel voto storico se lo ricorda, perché era presidente di seggio, come altre volte in passato. «La differenza con altre votazioni del passato fu che la gente veniva a ritirare la scheda a testa bassa, come se si vergognasse. Di sera, allo spoglio, capii il perché, sentendo tutti quei Le Pen... Le Pen... Le Pen che ingombravano l’aria».
Stavolta, dicono, sarà come nel 2002. Ma è inutile andare in giro a cercare conferme. Pochi se la sentono di tradire apertamente lo spirito «sociale» della città, e nessuno vuole passare per «fascista». Ma quando il discorso cade sui cinque milioni di musulmani che già abitano stabilmente in Francia, e la chiacchiera vira sull’allargamento dell’Europa a Est, senti i pensieri degli interlocutori che si irrigidiscono. E ogni volta senti scattare la paura nei confronti di una cosa che nessuno capisce, di un’Europa che pare di cartapesta, costruita a tavolino senza aver davvero ascoltato il volere di quelli che europei erano già per nascita. E che con i turchi, con rispetto parlando, sentono di non avere nulla a che fare.

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