Calascio, simbolo dell'Abruzzo che non crolla

A 1500 metri, c’è una
fortezza che resiste: è il simbolo dell’Abruzzo che non vuole
arrendersi alla furia degli elementi; è l’esempio di pietra
della perseveranza abruzzese

Calascio - Lassù, a 1500 metri, c’è una fortezza che resiste. È il simbolo dell’Abruzzo che non vuole arrendersi alla furia degli elementi; è l’esempio di pietra della perseveranza abruzzese.

Le pietre di calcare chiaro con cui è costruito il castello di Rocca Calascio sono lì da più di mille anni, e hanno retto a scosse, devastazioni, razzie. Per salire fino a qui, si percorre la strada che dall’Aquila va verso Santo Stefano di Sessanio, un altro degli splendidi borghi dell’Abruzzo medioevale colpiti dal terremoto. La meravigliosa torre circolare di Santo Stefano, costruita dai Medici, è ormai un cumulo di macerie smozzicate. Il paesaggio è aspro, campi strappati alle pietre per coltivare le lenticchie e per far pascolare le pecore. La gente ha lasciato le case pericolanti, e si è rifugiata nelle tende allestite dalla protezione civile.

La strada prosegue tagliando il fianco della montagna. Dopo qualche curva appare in alto il castello di Rocca Calascio, nato per difendere il ricco commercio fiorentino medioevale della lana: il primo nucleo risale al 1100, ma forse ancora prima c’era una fortificazione di epoca romana.

Quando la terra ha tremato, anche il castello ha ondeggiato, insieme alle case del Quattro e del Cinquecento adagiate ai suoi piedi; ma, quando tutto si è fermato, era ancora in piedi, proteso come sempre sulla valle del Tirino, difeso a sua volta dall’imponente catena del Gran Sasso.

Paolo e sua moglie Susanna sono oggi il motore della ripresa di questo antico borgo. Sono arrivati qui da Roma venti anni fa e hanno ridato vita al paese, che dal 1957 era completamente disabitato. Con loro è nato prima un rifugio, poi un ostello, quindi un ristorante. Quassù hanno messo al mondo cinque figli, che hanno ripopolato le stradine di acciottolato che si insinuano tra le vecchie case. Attirati dalla bellezza del posto, i turisti vengono ogni anno sempre più numerosi, dall’Italia, dalla Germania, dall’Inghilterra, in ogni stagione, animando la rinascita del vecchio borgo abbandonato. Dopo il terremoto, però, Paolo e Susanna hanno dovuto lasciare il paese, per paura che il susseguirsi delle scosse possa rompere il precario equilibrio che tiene in piedi le bianche pietre con cui è costruito. Sono fuggiti a Roma, dopo aver recuperato dalle macerie due dei loro figli, i più grandi, che la notte di lunedì si trovavano all’Aquila. «Non riuscivano a uscire dalla porta di casa perchè si era bloccata. Per fortuna un vicino l’ha sfondata a colpi d’ascia», racconta Paolo. Con loro hanno portato anche una decina di amici aquilani scampati alla tragedia: tra di loro il direttore d’orchestra Orazio Puccella, che si è salvato gettandosi dal secondo piano, e la pianista russa Svetlana Pekarskaya. Oggi, però, Paolo è tornato quassù.

"Non ce la faccio a restare lontano. Viviamo qui, non intendiamo rinunciare a quello che abbiamo costruito". Forse pianterà una tenda di fronte alla casa, per starle vicino e non perdere il contatto con l’incantesimo di questo posto che ha plasmato la sua vita e quello della sua famiglia. "Non voglio che questo posto torni a essere un paese fantasma che era un tempo. Rocca Calascio deve continuare a vivere. Per ora, però, le case del borgo sono state dichiarate inagibili". Quando sarà finita l’emergenza, saranno gli ingegneri a decretare il destino di questo posto sospeso tra terra e nuvole. Ma intanto il castello è lì, con i suoi bastioni massicci, a trasmettere saldezza a Paolo e a tutti gli abitanti di queste terre che vogliono ricominciare.