Il calcolo americano dell’alleanza calda

È inutile chiedersi se siamo sull'orlo di una nuova guerra fredda e se la Russia possa essere ancora considerata un Paese amico dell'Occidente. No, Mosca non è più un nostro alleato e un conflitto è in corso da tempo, ma non è «freddo» anche perché la Russia di oggi non è paragonabile all'Unione Sovietica di un tempo, bensì asimmetrico; come sono ormai le guerre del nuovo millennio, in cui un attentato incide più di un arsenale e in cui le leve finanziarie, industriali, energetiche servono più di mille eserciti per conquistare un Paese, soprattutto se sostenute da operazioni di persuasione psicologica.
La novità è che la Russia è uscita dal torpore in cui era sprofondata dopo il crollo dell'Unione Sovietica e che l'aveva trasformata in una preda fin troppo docile. Il problema è che nel difendere, talvolta legittimamente, i propri interessi, Putin calca la mano, privilegiando la brutalità, il ricatto, le minacce, travolgendo i lenti progressi compiuti dalla società civile dopo il crollo del comunismo. Bush ha ragione quando accusa il capo del Cremlino di aver tradito la democrazia. Oggi a Mosca vige un regime semiautoritario, in cui i giornalisti critici vengono emarginati e all'occorrenza uccisi. Un regime che controlla le principali aziende del Paese e che condiziona pesantemente il sistema giudiziario e persino le organizzazioni umanitarie. Quel che Bush, ovviamente, non può dire è che la svolta russa non nasce da impeti imperialisti, né da nostalgie sovietiche, ma da un eccesso di autodifesa. È, quella di Vladimir, una sindrome da accerchiamento.
Per capire la situazione di oggi bisogna tornare a metà degli anni Novanta, quando l'attenzione dell'America si concentra sull'Eurasia, l'area che comprende il Vecchio Continente e l'Asia. L'Europa occidentale è amica degli Stati Uniti, ma al di là dall'ex Cortina di ferro gli Usa sono poco presenti. Ed è una zona ricca di materie prime, da cui transitano i principali oleodotti, indispensabile in un quadro militare: insomma, quell'enorme cuscino, un tempo occupato per lo più dall'Unione Sovietica, è indispensabile per tenere a distanza le due superpotenze emergenti, Cina e India.
L'America non ha scelta: se vuole mantenere la propria supremazia nel lungo periodo deve penetrare in queste zone. La debolezza di Mosca è propizia. Con Eltsin il Paese è demotivato, allo sbando militarmente e socialmente al punto di venir travolto nel '98 dalla crisi finanziaria. Washington capisce di poter occupare molti spazi ai confini della Russia e sa che, se anche il Cremlino volesse, non avrebbe la forza di opporsi. L'Europa dell'Est viene inclusa dapprima nella Nato e poi accolta a braccia aperte dalla Ue. Lo stesso accade con Paesi molto più arretrati come la Romania e la Bulgaria, accettati nell'Unione Europea sebbene non avessero - e tuttora non abbiano - i requisiti minimi, al solo fine di sottrarli per sempre all'abbraccio della Russia. Con la guerra in Kosovo il Cremlino vede umiliata l'amica Serbia.
Dopo l'11 settembre il processo si accelera. L'America prende il controllo dell'Afghanistan, stringe alleanze con diversi governi dell'Asia centrale, aprendo basi militari in Kirghizistan e Uzbekistan; anche l'Irak, ricco di greggio, rientra nel disegno euroasiatico. Nel 2003 gli Usa sostengono l'ascesa di Saakashvili in Georgia, un anno dopo quella di Yushenko in Ucraina. A decidere è il popolo ma quelle rivoluzioni pacifiche e colorate, rosa a Tbilisi e arancione a Kiev, sono incoraggiate e pilotate da Washington.
L'ultimo è un colpo magistrale, che però risveglia il gigante. L'Ucraina non è un Paese qualunque per la Russia, non fosse che per ragioni storiche. E Putin è diverso da Eltsin: non può accettare un affronto del genere. Spaventato dall'audacia americana, teme che gli Usa stiano preparando una rivoluzione a Mosca. Il sospetto diventa un'ossessione. Putin deve reagire e grazie al petrolio e alle materie prime ha le risorse per farlo. Dal gennaio 2005 stringe la morsa sulla società, reprimendo qualunque forma di dissenso; ricatta l'Ucraina con il gas, facendola sprofondare in una crisi politica che vanifica la vittoria del filoamericano Yushenko; tiene sotto schiaffo l'Europa, sempre grazie al metano; assedia e boicotta la Georgia; alimenta un rapporto ambiguo con l'Iran; avvia trattative energetiche privilegiate con la Cina.
Gli Usa, distratti e demoralizzati dall'Irak, sottovalutano sia la capacità di risposta, sia la tenacia del Cremlino, che si fa sempre più sicuro e, infine, arrogante.
La vicenda dello scudo spaziale - che Washington vuole costruire nell'Europa dell'est e che Mosca non accetta ritenendolo rivolto contro di lei anziché contro terroristi e Paesi lontani come l'Iran - rientra in questo contesto. Militarmente non è fondamentale e tanto meno urgente, ma politicamente sì: serve a Washington per tentare di ristabilire i rapporti di forza con Mosca. La speranza è che l'Amministrazione Bush non abbia sbagliato i calcoli e che da questo «energico chiarimento» scaturisca non una guerra fredda, ma un'alleanza finalmente calda.
Marcello Foa