Caldarola il grande escluso: "D’Alema mi ha sconfitto. Veltroni? Un maleducato"

E' fuori dalle liste del Pd: "A Walter avevo detto: sono disposto a farmi da parte, ma dimmelo. Invece è stato sfuggente"

Roma - Socchiudo la porta e vedo Peppino Caldarola al computer che ridacchia tra sé. Gabriella, la segretaria, è anche lei al computer, seduta di spalle. Nessuno mi fila.

«Hem, hem», tossisco per annunciarmi.

«Entra», dice sollevando la testa l’ex direttore dell’Unità e parlamentare uscente del Pd dopo sette anni di Montecitorio. Siccome ha sempre il riso stampato in faccia, ritiene di dovermi una spiegazione: «Mi diverto con Vaicolmambo, il mio blog».

«Continui a prendere per i fondelli il Pd che ha candidato i portaborse dei big?», chiedo.

«Questo e altro», dice allegro il sessantunenne deputato pugliese vestito da giovanottello: cravatta colorata e camicia grigio topo.
«Ho letto il blog in cui fingi che la segretaria di Bersani, seccata per non essere nel giro dei beneficati, protesti: “A me invece neppure un consiglio di amministrazione!”», ridacchio a mia volta. Gabriella, fin lì muta, si volta di scatto e dice: «Dimenticavo! Ha telefonato la segretaria di Bersani per dire che non si è mai sognata di pretendere un cda. Era molto arrabbiata». Caldarola, che già era ilare, si spancia.

«Che rilevante senso dell’umorismo!», esclama.

«Tu invece ne hai davvero. Ti trombano e la prendi a ridere», dico e siedo di fronte a lui.

«Non me ne può fregare di meno. Come vedi, mi sono tolto la divisa. Niente camicia bianca, né cravatte tristi. È come la fine di un amore. O si è disperati o si comincia un’altra vita».

«Ti hanno considerato inutile?».

«Fastidioso. Pensavo mi volessero per la mia capacità di comunicazione. Ma se aprivo bocca, inorridivano per l’imprevedibilità delle mie dichiarazioni».

«Eppure eri entusiasta di Veltroni. Ti chiamavano il suo Emilio Fede».
«Non lo sapevo, ma è carina. L’entusiasmo effettivamente è calato. Da vecchio signore meridionale non sopporto la cattiva educazione».

«Cioè?»

«A Walter avevo detto: “Sono disposto a mettermi da parte, ma avvertimi”. Invece, ho saputo a cose fatte. Lui, in ogni caso, anche per la sua cultura sfuggente, è il migliore per il nuovo partito. Mi sono sbagliato su D’Alema, non su Veltroni».

«Pare che il veto alla tua candidatura in Puglia sia appunto di Max D’Alema, ras della Regione».

«Confermo. Ha detto che sono troppo globalizzato e quindi “non locale”. Così, hanno candidato un portaborse di Dario Franceschini che non so se sia globalizzato, ma che certamente non è locale perché vive da sempre a Roma».

«Eri considerato il più dalemiano dei dalemiani».

«Fino alla vicenda della scalata Unipol, quando ho criticato pubblicamente lui e i suoi luogotenenti troppo affezionati alla finanza».

«Nient’altro tra voi?».

«In 25 anni di conoscenza abbiamo avuto un solo punto di dissenso: Israele. Lui l’ha sempre attaccato, io sempre difeso. Per il resto, ci siamo stimati e voluti bene. Anche se fu lui a togliermi la direzione dell’Unità».

«Conclusione?».

«Una lunga guerra è finita con un vincitore: lui».

«Comunista da decenni, nell’aprile 2007 hai lasciato i Ds».

«Non ero d’accordo su come si stava costituendo il Pd. Una somma di due partiti, Ds e Margherita, in cui si perdeva l’elemento socialista».

«Infatti, hai pensato di andare con la sinistra di Fabio Mussi».

«Non c’era rischio che andassi con Mussi. Rischio per Mussi, intendo. Nella sinistra, io sono sempre stato a destra».

«Sei poi finito per due mesi nello Sdi di Boselli».
«Ma ho trovato pigrizia intellettuale e nessuna voglia di rischiare».

«Così, quando è arrivato Veltroni, ti sei fiondato con lui nel Pd».

«Walter ha ravvivato con sentimenti e passione quella che sembrava una fusione a freddo. Era la persona giusta».

«Sei andato un bel po' tentoni. È l’andropausa?».

«Se ce l’ho, è un’andropausa serena. Avendo un bimbo di sei anni, gli ultimi sfizi creativi me li sono presi».

«Perché tanti andirivieni negli ultimi tempi?».

«Ho vissuto con più turbamento la morte dei Ds, l’ultimo partito di sinistra che mi piacesse, che non quella del Pci, che ritenevo necessaria. Di qui, l’incertezza».

«La gestione del Pd da parte di Walter in questi cinque mesi?».

«Ottima. Movimentismo, rottura con la sinistra estrema. Fine della guerra a parole con Berlusconi. Un durevole incivilimento della politica».

«Però ironizzi sulle candidature dei figli di, portaborse e reggicoda».

«Una ventina di quelli messi in lista hanno il solo merito di avere svolto attività ancillare nei confronti della nomenclatura. Su tre dei suoi portaborse, Franceschini ne ha piazzati tre. Rosy Bindi protesta perché Giovanni Bachelet ha un posto in lista insicuro. Ma perché invece di lamentarsi non gli dà quello della sua segretaria candidata? Saranno le caldane, ma io mi inc..zo».

«Esclusioni ingiustificate oltre la tua?».

«Allam Fouad, il deputato arabo della Margherita mio vicino di stanza».

«Lo conosco. La quintessenza della tolleranza. Era un pupillo di Cicciobello Rutelli».

«Lo hanno fregato, senza che nessuno alzasse un dito. Lui che, come musulmano moderato, è espostissimo. Ora lo sarà di più. Lascia andare me. Io non sono un simbolo. Lui sì», dice e in quel mentre entra Fouad per chiedere qualcosa a Gabriella. Mi vede, stringe la mano e sorride mesto: «Ha visto che mi hanno fatto?».

Esce e ci lascia tutti e tre col magone.

Lo slogan di Veltroni è «voltiamo pagina». Come se la pagina non l’avessero scritta gli uomini del Pd e il suo presidente, l’ineffabile Prodi.
«Walter non è tipo da farsi carico del passato. Tutto comincia oggi, da lui. Avrebbe fatto meglio a riconoscere gli errori, chiedere scusa e poi voltare pagina. Una reticenza sbagliata».

Veltroni dice: meno tasse, meno Stato, ecc. Già sentito?
«Da vent’anni è il programma della destra mondiale. Conferma la regola: la sinistra arriva sempre con vent’anni di ritardo. Abbiamo mostrificato la destra e ora la inseguiamo. Sogno una sinistra che arrivi in tempo reale».

Maledici Mastella che ha interrotto la legislatura o ti commuove la sua fine?
«Lui è vittima delle sue macchinazioni, ma la crisi ci sarebbe stata comunque. Avevano ragione i nostri avversari: la maggioranza non teneva più».

La caduta di Prodi è stata una iattura o c’è del buono?
«Il ciclo era finito e non doveva neanche cominciare. Ci voleva dall’inizio un patto tra i due vincitori. Avrò l’andropausa, ma l’ho sempre detto».

Veltroni è il migliore dei leader per la sinistra?
«Veltroni non è di sinistra. È la sua virtù. Da un lato, c’è la sinistra radicale e il più adatto a guidarla è Nichi Vendola. Dall’altro quella riformista, che nessuno può dirigere meglio di Walter onnivoro e pigliatutto com’è».

D’Alema?
«È come Ciriaco De Mita: un grande leader regionale. Puglia e Campania sono il suo regno».

Chi vincerà le elezioni?
«Berlusconi».

Se Veltroni perderà contro il Cav che fine farà?
«Dipende dalla dimensione della sconfitta e dal Cav. Se Walter resta sotto il 33 per cento, è una débâcle. Ma se Berlusconi dialogherà con lui eviterà il cannibalismo a sinistra. Al Cav conviene avere Veltroni come interlocutore».

Tra i due nuovi partiti, Pd e Pdl, chi ti sembra più autentico e vitale?
«Il Pd è un buon partito. C’è amalgama tra gli ex Ds e la ex Dc di Rosy Bindi e Franceschini. Il vantaggio del Pdl è invece di avere una leadership indiscussa che, con la fine dei giochetti di Casini, potrà esprimere tutte le sue potenzialità».

Quando li senti in tv, chi ti sembra più convincente, Veltroni o il Cav?
«Se li vedo, cambio canale e passo ai programmi di cucina. La tv politica non la guardo più. So già quel che dicono. Posso scriverti seduta stante un discorso di Veltroni o Berlusconi. Ancora più facile uno di D’Alema. Se torni tra due ore, te li do».

Una domanda all’ex direttore dell’«Unità» Ti ci ritrovi leggendola?
«Non la leggo da tempo immemorabile e finché ci sarà Transilvania-Travaglio non la leggerò».

Travaglio come Dracula?
«Mi dicono che mi attacca un giorno sì e l’altro pure. Ma mi sembra assurdo litigare con un ventriloquo dei pm che lo ispirano».

Qual è il tuo giornale?
«Il primo che leggevo era il Corsera. Da un paio di giorni il Riformista che ha ripreso a dirigere Antonio Polito».

Chi voterai?
«Veltroni, nonostante tutto».

Volendo cambiare, Pdl o sinistra bertinottiana?
«Non cambierò. Ma se dovessi scegliere non mi sposterò a sinistra. Ho convinzioni irremovibili su Israele. E a sinistra sento troppo inimicizia. In questi giorni, le telefonate più carine mi sono venute da esponenti della comunità ebraica».

Un mesto pensiero a Mastella e Casini.
«A Mastella auguro una folgorante carriera come assessore regionale in Campania. Casini penso possa dedicarsi, come me, a una serena paternità tardiva».

Ora che farai: giornalismo o giardinaggio?
«Giardinaggio no: non ho il pollice verde. Giornalismo, certo. Ma soprattutto baby sitting: oltre a essere padre di un bimbo di sei anni, sono nonno di due nipoti di tre. E poi...».

Poi?
«Andrò dall’andrologo.