Cambia sesso a solo 12 anni

Come non condividere le perplessità della presidente dell’Associazione australiana dei medici, Rosanna Capolingua, secondo la quale sarebbe meglio rinviare il trattamento di cambiamento di sesso, da femminile a maschile, di una ragazzina di soli 12 anni, decretato dal tribunale di Melbourne? Quel tribunale ha, infatti, stabilito che tale procedura sarebbe «nei suoi migliori interessi».
Questa preadolescente dovrà, pertanto, vivere un mutamento che diventerà una mutazione, all’interno di un altro mutamento che è quello della pubertà. Ma se tale «mutazione» dovrà avvenire, essa non potrà, e me lo auguro, che verificarsi con estrema graduale lentezza, ovvero attraverso un continuum, ben regolato e ben controllato, a livello psicologico ed ormonale, affinché quella ragazzina possa accettare il mutamento della rappresentazione di sé legato allo schema corporeo che ne deriverà. Soprattutto in considerazione del fatto che, già proprio nella pubertà, il problema dei ragazzi è anzitutto quello di accettare i mutamenti fisici e psicologici che in loro avvengono. Non conosciamo, poi, le motivazioni profonde che spingono questa ragazzina a tale mascolinizzazione. Vero è che il verdetto del tribunale di Melbourne è stato raggiunto con l’ausilio di medici e psichiatri. Colpisce, però, l’opposizione del padre a tale trasformazione. Si tratta di un padre che vive «lontano» e in tal senso alimenta riflessioni significative che si proiettano come un’ombra sul vissuto della ragazzina. Potrebbe, forse, essere proprio l’assenza di questo padre ad averla spinta, nel tempo, «a viversi» come un maschio, per far vivere nella sua famiglia la presenza di un uomo a sostituzione di un’assenza paterna troppo dolorosa da sopportare.
Vero è, però, ancora, che nonostante le nuove generazioni anticipino in tutto i progetti della vita e precocemente vogliano raggiungere gli obiettivi della sessualità adulta, l’età nella quale questa ragazzina dovrà iniziare un trattamento ormonale per sopprimere l’insorgenza della pubertà al femminile, ci sembra decisamente in anticipo. Come sottolinea ancora Rosanna Capolingua, una persona di 12 anni attraversa un periodo di transizione e di formazione della propria identità anche sessuale ed inoltre i trattamenti ormonali potrebbero pericolosamente alimentare le alternanze di umore caratteristiche di quella età. Ma chi si sente intrappolato in un corpo che non riconosce come suo; chi ha voglia di vivere e di agire, fin da piccino, come un maschio e viene, invece, dal mondo intorno, riconosciuto e trattato come una femmina, fa l’esperienza di un profondo maltrattamento, di un abuso e di un disagio al quale, se la scienza e la competenza e l’amore possono rispondere in modo adeguato, è opportuno che lo facciano.