Alla Camera nutrire i deputati ci costa 7 milioni

Non c'è solo lo scandalo locazioni nelle carte top secret scovate dal Giornale. Montecitorio affida all'imprenditore di Affittopoli pure il servizio di ristorazione. La torta dei pasti frutta all'azienda di Scarpellini ben 2 milioni e 660mila euro. <strong><a href="/interni/buttano_soldi_e_uffici_sono_vuoti/30-12-2010/articolo-id=496671-page=0-comments=1">Bernardini: &quot;Buttano i soldi e gli uffici sono vuoti&quot;</a></strong>

Pier Francesco Borgia - Gian Marco Chiocci

Roma - L’idillio tra il costrutto­re «rosso» Sergio Scarpellini e Montecitorio è forte anche a tavola. L’imprenditore che ha il monopolio degli affitti d’oro della Camera dei depu­tati fa la parte del leone anche negli appalti che riguardano la ristorazione dei parlamen­t­ari e degli impiegati che lavo­rano nei Palazzi del potere. Per agevolare al meglio il com­pito dei­rappresentanti dei cit­tadini italiani, si sa, non servo­no soltanto comodi e spaziosi uffici ma anche una ristorazio­ne di qualità. Ecco spiegata la spesa da capogiro ricavata dalle tasche dei contribuenti: la Camera ha speso nel corso di quest’anno quasi 7 milioni di euro per dar da mangiare e da bere a chi frequenta men­se e bar degli stabili istituzio­nali. La cifra esatta (6.821.947 euro) è riportata nel bilancio di previsione che adesso, gra­zie alla battaglia dei Radicali per la trasparenza della gestio­ne amministrativa, è pubbli­cato anche on line sulla pagi­na Open Camera del sito servi­zi. radicalparty.org . A ben guardare le cifre, la so­cietà «Milano 90» del costrut­tore Scarpellini si aggiudica una buona fetta di questa «tor­ta ». Quasi la meta: oltre 2.660.000 euro. Anche in que­sto caso, come già per l’affitto dei 12mila metri quadrati dei locali di Palazzo Marini, gli ac­cordi tra Montecitorio e la Mi­lano 90 non fanno seguito a un bando a evidenza pubbli­ca ma sono il frutto di un ac­cordo a trattativa privata. Una trattativa che, spulcian­do le centinaia di pagine dei contratti, appare molto artico­la­ta e copre ogni possibile det­taglio: dall’origine “doc” de­gli alimenti, al modo di confe­zionarli e a quello di presen­tarli, sino ad elencare con puntigliosa precisione anche i menu fissi per ogni giorno della settimana. Ed è così che si viene a sapere, ad esempio, che nella mensa di piazza San Silvestro il lunedì il cuoco pro­pone farfalle con ricotta e po­modoro o fettuccine alla cio­ciara, mentre il martedì domi­n­ano l’attenzione degli avven­tori i rinomati rigatoni cacio e pepe e la pasta con le lentic­chie. Giovedì ovviamente gnocchi alla romana, mentre il venerdì i cattolici osservanti possono rifocillarsi con il pe­sce del giorno e calamari fritti (gli agnostici e i laici, invece, hanno a disposizione tacchi­no ai ferri e saltimbocca alla romana). Questi sono soltan­to alcuni esempi tratti da uno dei menu settimanali. In tota­le sono dieci (quattro per la stagione primavera-estate e sei per l’autunno-inverno). La puntigliosa precisione del menù è niente, però, in confronto a quanto riportato dal «Capitolato relativo alle derrate alimentari» dove ven­gono descritti tutti i prodotti che vengono utilizzati nei punti di ristorazione della Ca­mera dei Deputati. Sfoglian­dolo si viene a sapere che Montecitorio offre ai suoi di­pendenti e ai parlamentari soltanto carni bovine prove­nienti dall’Italia (Chianina, Marchigiana, Romagnola, Maremmana, Podolica, Pie­montese), dalla Francia (Cha­rolais, Limousine) e dalla Da­nimarca. Un’intera pagina è dedicata alle caratteristiche delle uova, mentre ben otto cartelle elencano tutti i tipi di formaggi ammessi alla dieta dei deputati. E così via. Tutta questa precisione e esattezza ha bisogno ovvia­mente – solo per i parlamenta­ri perché il resto dei cittadini quando va alla mensa dell’uf­ficio o al ristorante sotto casa non gode di tali privilegi - di essere verificata costante­mente. Ed è così, quindi, che si spiega la straordinaria cifra di 126mila euro che la Came­ra spende per chiedere ai ri­ce­rcatori dell’Istituto superio­re di sanità di verificare la qua­lità del servizio di ristorazio­ne. Cui si aggiungono altri 80mila euro che vengono ver­sati nelle case dell’istituto G. Sanarelli dell’Università La Sapienza di Roma (che si oc­cupa di sanità pubblica). La salute, però, non si difen­de soltanto a tavola. I tecnici gestiti dall’Istituto superiore di sanità, per esempio, verifi­cano periodicamente la «fun­zionalità e l’adeguatezza del­le aree attrezzate per fumato­ri », dietro un compenso an­nuo per l’Istituto di 48mila eu­ro. Altri 10mila euro li prende poi il Cnr per il «programma di monitoraggio della even­t­uale presenza di gas radon al­l’interno degli immobili della Camera dei deputati». Anche stare seduti a una scrivania però comporta rischi. Ecco quindi entrare in gioco l’Istitu­to di architettura e ergono­mia dell’Univeristà La Sapien­za. La «verifica dell’ergono­mia dei luoghi di lavoro » den­tro il Palazzo costa 19mila eu­ro l’anno. Quando c’è la salu­te c’è tutto, senza badare a spese. Tanto paghi tu, sì pro­prio tu, che hai appena finito di leggere l’articolo.
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