"La Camera è un parco buoi. Inutile ascoltare i deliri Idv"

All’accusa di assenteismo l’attore-deputato Luca Barbareschi replica: "Il lavoro più importante è in Commissione, in aula si perde tempo"

La scena si svolge alla periferia di Torino in una roulotte. All’interno, Luca Barbareschi, 52 anni, aitante attore e deputato del Pdl. Sulla viuzza si affaccia la scuola che ospita la troupe impegnata nelle riprese di una fiction Rai. È la pausa pranzo e le maestranze si godono un pallido sole. Intorno, le Alpi innevate. Barbareschi, dopo una mattinata di «ciak», siede davanti a un vassoietto. Piatti e posate sono di plastica, i cibi chiusi nel cellophane. Tra un’ora, l’attore riprende a girare. Alle 18, sale sulla sua Mercedes e corre a Milano. Entro le 20 deve essere al Teatro Manzoni dove alle 20.45 recita Il caso di Alessandro e Maria, commedia di Giorgio Gaber. Alle 23.30, Barbareschi si riprecipiterà a Torino, violando l’intero codice della strada. Domani ripeterà la giornata di oggi e farà altrettanto per tutta la settimana.

Mentre questo martire di Talia dissigilla il vassoietto con una perizia che denuncia la lunga pratica con i precotti, emerge nella penombra della roulotte un tizio col blocchetto in mano. È il vostro cronista intenzionato a cavare dalla bocca piena del divo-deputato riflessioni e confidenze.

«Con tanto attivismo quand’è che onora il suo mandato parlamentare?», lo colpevolizzo nell’istante esatto in cui infila nelle fauci la prima fettina di prosciutto.

«Effettivamente, da un mesetto mi faccio vedere poco a Montecitorio», minimizza.

«La sua è tra le più basse presenze in aula: 60,5 per cento».

«Avrò abbassato la media in questi mesi di sovraccarico sulla scena. Ho però uno staff parlamentare di prim’ordine, attraverso cui agisco. In un anno, ho presentato cinque proposte di legge».

«Quattro volte su dieci, lei è assente», insisto.

«Per me, il lavoro si fa in Commissione. Non riesco a perdere tempo in aula per ascoltare 60 persone che dicono le stesse cose».

«Craxi diceva dell’aula: è un parco buoi».

«Ha ragione. Preferisco fare all’esterno. Ho già organizzato due convegni, uno dei quali sulle malattie rare. È più utile che scaldare il banco ascoltando il delirio di uno dell’Italia dei valori. Andrebbe fatta chiarezza».

«Cioè?».

«O, come alla Knesset (Parlamento di Israele, ndr), vietiamo per legge al deputato qualsiasi attività estranea o ci nascondiamo dietro una foglia di fico. Tanto tutti fanno altro. Chi l’avvocato, chi il medico ecc. Ma io sono l’unico che non è pagato quando lavora», dice e per il dispetto infila contemporaneamente in bocca una cucchiaiata di minestra e una forchettata di insalata.

«Gira gratis la fiction?».

«Per una strana regola non scritta, il deputato che compare in un programma Rai, talk show o fiction, non riceve compensi. Ma io vivo di questo. L’indennità parlamentare mi serve solo per pagare i collaboratori».

«Lavori per Mediaset».

«Mi piacerebbe. Ma da anni non ho la fortuna di lavorare per Mediaset. Per di più, approfittando di questa regola di lana caprina, un parlamentare della mia stessa parte politica, mi sta mettendo i bastoni tra le ruote».

«In che senso?».

«Come sa, ho una casa di produzione, la Casanova. Quell’individuo, con mani in pasta nella Rai, boicotta me per favorire un altro produttore a lui caro. Gliel’ho anche detto a brutto muso. Ma intanto il mio lavoro ne risente».

«Chi è il brutalone?».

«Prima che a lei, farò il suo nome alla Procura della Repubblica. Il tempo di raccogliere le prove testimoniali», dice Barbareschi con un cipiglio reso più terribile dalla barba saracena e gli occhi chiari scintillanti.

«Par di capire che si sente ostacolato dai colleghi del centrodestra».

«Pensavo potessero servire la mia preparazione e la mia intelligenza. Appena arrivato, ho avuto strette di mano e promesse di ogni genere. Fai questo, fai quello. Poi, sono spariti tutti».

«È il genio incompreso».

«Ho un solo interlocutore: Sandro Bondi. In lui ho scoperto un amico e un uomo leale. Sembriamo il buon dio e il diavolo. Lui, garbato e timido. Io, guascone ed esuberante».

«Farà fagotto in anticipo?».

«Chi mi stima dice: “Vattene”. Ma non do questa soddisfazione a nessuno. Con pazienza, stupirò tutti. Soprattutto con la mia attività fuori dal Parlamento».

«In un anno alla Camera, la sua sola dichiarazione memorabile è quella a favore di nozze e adozioni gay».

«Ho detto solo che il problema va affrontato in modo laico. Non sopporto i ricatti della Chiesa. Né le uscite di chi, nato radicale per morire clericale, leggi Rutelli, le fa per raccattare quattro voti».

«Pensa davvero che un bimbo sia ben allevato da genitori unisex?».

«No. Penso che abbia bisogno di una mamma e di un papà. Sono però aperto alla possibilità di genitori gay, poiché il 90 per cento dei matrimoni etero sono un disastro».

«Lei stesso ne ha uno fallito alle spalle».

«E ho visto quanto hanno sofferto le mie tre figlie. Si sottovalutano le fatiche del matrimonio. Per pilotare un jumbo si studia due anni. Poi, in cinque minuti di distrazione, si mette al mondo un figlio», dice e, concluso il pasto con una mela, ricompone i resti con minuzia riavvolgendoli nel cellophane.

Figlio di separati, allevato da sua nonna, ha avuto un’educazione religiosa. Ma a scuola dai gesuiti ha subito abusi sessuali.
«Tra i 9 e i 12 anni. Avevo bisogno di attenzioni e un cinquantenne ha sfruttato con facilità la mia sensibilità di ragazzino».

E il gesuita pedofilo?
«È morto. Ma ha avuto il tempo di fare male a me e ai miei compagni. Bastava guardarlo. Ci adocchiava con la bava dall’angolo della bocca. E non era il solo. Il satirismo talare era diffusissimo».

Come l’'ha cambiata l’'esperienza?
«Forse è stato il motore del mio desiderio di autoaffermazione: fare, leggere, viaggiare. Il bisogno di sentirsi utile, perché ti sentivi nulla».

Ora, però, sembra strasicuro di sé.
«In realtà, sono fragile e ipersensibile. Frequento solo persone con cui mi capisco. Vado d’accordo con Maurizio Sacconi, uomo positivo e intelligente».

Il ministro del Welfare è un laico ma ha preso una posizione ecclesiale su Eluana Englaro.
«Rispetto la sua posizione. Mi ha parlato dei suoi dubbi. Lo ha fatto con passione. Un esponente dell’epicità della vita, in un Paese in cui l’epicità è bandita».

Il gesuita le ha fatto perdere la fede?
«Sì. Le mie figlie sono cresciute senza religione, ma con un’educazione spirituale. Io ho invece un legame con l’ebraismo, per parte di madre».

Ha fatto però sesso senza tabù.
«Ho amato molto. Talmente innamorato da rompere il matrimonio. Oggi, forse, direi a mia moglie: parliamone, facciamo terapia di coppia. Ma il punto è che dopo 20 anni - stavamo insieme dai 14 anni e lo siamo rimasti fino a 35 - l’appetito sessuale scompare. Ah, se ci fosse una formula per durare. Che so, lo scambio di coppie o altro».

Ha una compagna?
«Sono single, purtroppo. Fino a due anni fa, ho anche pensato di avere ancora un figlio. Ora so che il tempo non è dalla mia parte».

Ha messo l’occhio su qualche parlamentare?
«Ce ne sono di molto carine, grazie al Cav. La Prestigiacomo, bella ed elegante. La Lanzillotta, del Pd, che ha una testa strepitosa».

Be’, ma con la testa...
«Io parto dalla testa che porta il resto. Per cominciare da altrove, sono troppo vecchio».

Lei ha posato nudo sul «Venerdì».
«Potevo evitarlo. Ma siccome avevano già posato Sgarbi e Benetton, coprendosi però con le mani, mi sono detto: sono ben fatto, faccio un nudo integrale».

Con che effetto?
«Il mio amico Gigi Magni ha detto: “Hai presunto troppo, non sei Rocco Siffredi”».

Ha difeso la bisessualità. Bisex come Pecoraro?
«L’ho difesa per partito preso. Comunque, è pratica diffusa. Tanto che ci sono più trans che prostitute. È nella natura umana. Mi irrita invece la gaytudine fatta di mossette. Mai capito perché i gay scimmiottino le donne».

Lei era craxiano.
«L’unico modernizzatore dell’Italia. Fa rabbia vederlo riabilitato dagli stessi che lo hanno impiccato».

Tra Bobo nel Pd e Stefania nel Pdl?
«Mi addolora vederli litigare per un cognome che appartiene al padre, invece di farsi un nome per conto loro».

Ora è un finiano di An.
«Preferirei essere del Pdl. Se si farà. Ma vedo nubi. Ringrazio però Fini che mi ha voluto. Ne apprezzo le posizioni sgradite ai suoi e alla Chiesa».

Il Cav?
«Gli voglio molto bene, ma non lo sento altrettanto interessato a me».

Che idea ne ha?
«Statista di livello mondiale. L’ultimo ad avere altrettanta visibilità e rispetto era stato Mussolini. Non ho mai visto, come con lui, leader di tutto il mondo andare a casa sua per condividerne le strategie».

Lei ha detto: «In teatro non mi batte nessuno». E i mostri sacri, Albertazzi, Lavia, Proietti?
«Mostri sacri? Bravi attori. Proietti è il fuoriclasse vero. Lavia, un grande artigiano del teatro. Di Albertazzi non dico nulla. Con me è stato scorretto».

L’ho beccata sul set, anziché in aula. Lei è eletto in Sardegna, gente che non perdona. Come si giustifica?
«So che tengono la leppa (coltello a serramanico, ndr) pronta. Eviterò che la usino lavorando: per loro e per tutti; dentro e fuori dall’aula».