Una campagna ideologica per formare il «nuovo» italiano

Fino al 14 luglio 1938 il regime fascista era stato piuttosto indifferente ai problemi della razza, a parte le remore naturali di un movimento nazionalista. Mussolini non era antisemita e come lui moltissimi gerarchi. Dopo il Manifesto degli scienziati italiani pubblicato quel giorno («È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti»), nacquero riviste come La difesa della razza di Telesio Interlandi: ma rappresentarono soltanto il fanatismo di qualche intellettuale. In Italia, che aveva una lunga storia di invasioni e di meticciato razziale, quasi nessuno credette davvero alla «differenza biologica».
In ogni modo è sbagliato credere, come accade spesso, che il regime fascista abbia emanato le leggi razziali per un pedissequo e passivo scimmiottamento della Germania italiana, con la quale stava sempre più stringendo un’alleanza che l’anno successivo avrebbe portato al Patto d’Acciaio. Certo, l’esempio tedesco servì da stimolo, ma Mussolini aveva – fin dalla nascita del regime – obiettivi precisi, ben prima che anche Hitler conquistasse il potere. Il principale di questi obiettivi era la trasformazione del popolo italiano: ovvero farne un popolo guerriero, con un alto senso dello Stato e della collettività, orgoglioso e fiero di sé e del proprio Paese. In questo quadro si inserisce anche la lotta alla borghesia che – se aveva portato il duce al potere – non si dimostrava abbastanza sensibile verso la figura di quell’«italiano nuovo», duro, combattente, che si voleva formare. Proprio nel 1938, lo stesso anno delle leggi razziali, Mussolini comunicò al Consiglio Nazionale del partito di avere «individuato un nemico del nostro regime. Questo nemico ha nome borghesia». In seguito avrebbe dato questa definizione: «Il borghese è quella persona che sta bene ed è vile».
Le leggi razziali, più a che perseguitare l’esigua minoranza ebraica, miravano dunque a formare negli italiani uno spirito da razza guerriera, dominante e inflessibile. Va da sé che questa motivazione non allevia, casomai rende più grave, l’applicazione delle leggi razziali. Come non serve a diminuirne la gravità etica il fatto che, dopo la conquista dell'Etiopia, le leggi mirassero anche a separare gli italiani da una popolazione «inferiore» e dalla pelle scura. Né serve considerare che, prima dell’Olocausto, le leggi razziali apparivano infinitamente meno gravi di quanto sembrino a noi, che abbiamo sotto gli occhi il loro risultato finale, quello dei campi di sterminio. Né consola che la Chiesa di allora, a differenza di quella di oggi, continuasse a ritenere l’intero popolo ebraico «deicida». A partire dal 1938 molte testate razziste riproposero integralmente vecchi e recenti articoli antisemiti della Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, e Farinacci poté dire, in un discorso: «Se, come cattolici, siamo divenuti antisemiti, lo dobbiamo agli insegnamenti che ci furono dati dalla Chiesa durante venti secoli. (...) Noi non possiamo nel giro di poche settimane rinunciare a quella coscienza antisemita che la Chiesa ci ha formato lungo i millenni».
Sarebbe falsamente consolatorio sostenere che gli italiani furono impermeabili al razzismo. Soprattutto molti giovani, formati nelle scuole fasciste, aderirono all'antisemitismo, anche se fu un’adesione più ideologica che di sostanza. Suggestionati dalla propaganda, dagli esempi delle guide intellettuali e politiche, furono soprattutto affascinati dalla visione di una nuova cultura in funzione antiborghese che sarebbe nata dal concetto di razza: solo dei «puri» e dei «forti», infatti potevano permettersi di sentirsi razzialmente superiori. È anche vero che, come ha dimostrato Mimmo Franzinelli nel saggio Delatori (Mondadori), non furono pochi gli italiani a esercitarsi nell’ignobile arte della denuncia di ebrei; né è consolatorio che lo facessero più per motivi di invidia sociale o di concorrenza commerciale che per vero razzismo.
Quanto alle conseguenze pratiche, il 1° settembre 1938 venne istituito presso il ministero degli Interni il Consiglio superiore per la demografia e per la razza; lo stesso giorno si stabiliva con un decreto legge che gli ebrei residenti in Italia da dopo il 31 dicembre 1918 dovevano andarsene; veniva revocata la cittadinanza italiana agli ebrei stranieri che l’avevano ottenuta dopo quella data. A tutti gli ebrei venne vietato di porre la propria residenza entro i confini del Regno, agli italiani furono vietati i matrimoni con gli ebrei e ai dipendenti statali con qualsiasi straniero. Nelle scuole la discriminazione di insegnanti e allievi fu immediata.
Le uniche personalità di spicco che avversarono davvero il razzismo furono Italo Balbo, Massimo Bontempelli e Filippo Tommaso Marinetti. Enrico Fermi, premio Nobel per la fisica proprio nel 1938, essendo sposato con un’ebrea lasciò per protesta l’Italia. Gli altri intellettuali e gerarchi, invece, si adattarono all’antisemitismo al pari del popolo, forse soltanto perché‚ c’era qualcuno su cui riversare la responsabilità di un malcontento generale. Gli italiani avevano sperato che, dopo la conquista dell’Etiopia e la costruzione dell’impero, il regime si sarebbe applicato al benessere e alla crescita economica. Invece era intervenuto nella guerra di Spagna, il valore d’acquisto dei salari diminuiva, e il regime chiedeva una fede sempre più cieca. Se molti, in segreto, disapprovavano le leggi razziali, i più limitarono il proprio dissenso a sterili – o, durante la guerra, eroici - atteggiamenti di pietismo individuale.
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