«Campioni nazionali? No, più concorrenza»

da Milano

«Per noi il 2005 è stato un anno di crescita in cui abbiamo bruciato parecchie tappe del business plan». Stefano Parisi, da poco più di un anno in Fastweb, ne è oggi amministratore delegato. Parla anche delle condizioni di competitività di un Paese che «non è in declino», ma rischia di adottare modelli perdenti: «In Europa - dice - c’è un dibattito aperto sulle condizioni di competitività: favorire la crescita di campioni nazionali o creare un ambiente concorrenziale domestico molto forte. Il 2006 potrebbe essere l’anno dei campioni nazionali a tutto discapito del libero mercato».
In Italia che modello prevale?
«La situazione è articolata. Nelle tlc si assiste a un processo di forte concorrenza anche causata dalla presenza di un operatore fortemente innovativo come Fastweb. Per farla breve, la crescita esponenziale in termini di qualità e quantità della banda larga ha costretto anche l’incumbent (cioè Telecom Italia, ndr) a muoversi di conseguenza. E questo è un bene. La concorrenza aiuta la struttura industriale di un Paese».
Eppure altri incumbent stranieri, Bt primo fra tutti, ma anche Telefonica in Spagna stanno dando segni importanti di crescita globale. Più investimenti all’estero che in patria?
«Telecom Italia ha scelto la linea del potenziamento interno. Ma a mio avviso a livello di sistema il rafforzamento dei campioni nazionali è perdente. Ciò non toglie che in Italia ci sia una forte tensione concorrenziale portata anche dall’innovazione tecnologica».
Qualche esempio?
«Fastweb è il secondo operatore mondiale nella televisione via internet e primo in Europa per numero di clienti. Bene. Telecom Italia nelle scorse settimane ha lanciato la sua Iptv».
Ha ragione dunque Luca di Montezemolo quando chiede dalle colonne del Sole-24 Ore una costituente, un patto nazionale anche per dare una sferzata di concorrenza?
«Sì, la concorrenza, come dimostra il nostro caso, è vitale. Bisogna però sempre passare dalle parole ai fatti, dalle imprese protette o che chiedono protezione a quelle che ogni giorno combattono sul mercato. È fondamentale che Confindustria mantenga un ruolo indipendente dalla politica, guardi agli interessi delle imprese con azioni quotidiane e possibilmente con risultati concreti. Ci sono settori come energia, servizi pubblici locali e banche che necessitano di una massiccia iniezione di concorrenza».
Sulle banche però il problema appare essere più di malaffare che di concorrenza?
«Sono intrecciati. La Confindustria alla fine del 2003 denunciava per i casi Parmalat e Cirio l’inadeguatezza dei controlli da parte della Banca d’Italia. Fummo accusati di non fare squadra con il Paese e di essere troppo aggressivi verso Fazio e persino verso Billè. Avevamo ragione noi. Ma ora si è perso troppo tempo».
La legge sul risparmio dà qualche conforto?
«Insomma. Laddove rimette a Banca d’Italia il giudizio sulla presenza dell’industria nel capitale bancario, a mio avviso persegue nella scelta pericolosa della discrezionalità».
E le Authority di settore come si comportano?
«Mi limito alle tlc. Abbiamo un ottimo set di regole. Non sempre la loro implementazione è conseguente».
Ritornando a Fastweb, soffrite della mancata acquisizione di Wind?
«Assolutamente no. Il nostro scopo era quello di rafforzarci nella rete fissa con la loro infrastruttura. Con le risorse derivanti dall’aumento di capitale siamo riusciti a farlo pienamente per linee interne. Oggi la nostra rete è più estesa di quella di Wind, è tecnologicamente all’avanguardia e capillarmente diffusa».
Un aumento di capitale, quello di inizio anno, che basta per i vostri investimenti futuri?
«È sufficiente».
Non avete neanche urgenza di trovare un socio forte per sostenere la crescita?
«Il processo trasparente che il board della società ha avviato a metà novembre può completarsi con diverse soluzioni. La società potrà arricchirsi dell’arrivo di un socio strategico o rimanere una public company».
Nel mercato ci sono nuove sfide che arrivano dalla convergenza tra telefonia fissa e mobile. Telecom è già partita, come rispondete?
«Il tema più delicato oggi riguarda l’Authority di settore che deve assicurare la replicabilità dell’offerta».
Ossia?
«Che tutti gli operatori che lo chiedano vengano messi nelle stesse condizioni di competere».
Più chiaro ancora…
«Dopo la fusione, Telecom e Tim non sono più aziende distinte. Di qui la preoccupazione di nuove asimmetrie sul mercato e la necessità di accelerare, anche in Italia, la nascita dell’operatore mobile virtuale. Fastweb vuole diventare, in questo scenario, anche operatore mobile virtuale».