Via a Cannes Io giurata vi spiego tutti gli errori delle giurie


Da alcuni anni faccio parte della Giuria dei David di Donatello e per me è una grande soddisfazione perché, grazie a questo premio, riesco a vedere un gran numero di film che altrimenti perderei. Molte produzioni, infatti, sapendo che io non vivo a Roma - dove avvengono le proiezioni ufficiali - mi mandano gentilmente il Dvd a casa.
Questo privilegio mi ricorda la felicità della fine degli anni Settanta, quando, neodiplomata in regia al Centro Sperimentale, passavo i pomeriggi e le serate di cineclub in cineclub a vedere tutto ciò che offriva il cinema dei vari Paesi. Adesso, purtroppo, le cose sono molto cambiate. Quando vado in una qualsiasi città, mi avvento sulle pagine degli spettacoli con la felice eccitazione di chi cerca qualcosa da vedere di insolito, e quasi sempre rimango delusa. Anche se le sale sono cinquanta, settanta o ottanta - dipende dalla città - i film da vedere non sono più di sei o sette. È come entrare in quei giochi del Luna Park in cui gli specchi riflettono infinite volte la stessa immagine: gli stessi - pochi - titoli vengono ripetuti all’infinito. C’è evidentemente un vantaggio: si può vedere quel film di cui parlano tutti i giornali senza allontanarsi troppo dal proprio quartiere. Ma se, per ipotesi, non si volesse vedere quel film? Se ci si intestardisse a voler andare alla ricerca di qualcosa di diverso, magari un film uscito un mese prima, di cui si era letta una recensione che ci aveva incuriosito? Impossibile. La fruizione del cinema, per una persona all’antica come me - che ama ancora il rito collettivo, la sala, il buio e l’uscire di casa - è divenuta una realtà desolante.
Consapevole di questa tirannia, quando voto per un film del David, cerco sempre di segnalare delle opere che siano di segno diverso dal clima dominante. Altrimenti, se non servono a questo - cioè a mettere in luce i talenti che, per varie ragioni, non sono riusciti ad emergere - a cosa servono i premi? A premiare dei film che si sapeva che dovevano avere successo fin dal primo ciak? A cosa servono i Festival, come quello che si è aperto ieri a Cannes, se non a segnalare dei film che non possono godere a priori di un forte battage pubblicitario?
Proprio per questo, quest’anno sono stata delusa dal profluvio di David dati ai due film d’oro di questa stagione - Gomorra e il Divo - già peraltro ampiamente premiati dai media e dal pubblico. In realtà, a mio avviso, c’erano, oltre ad Ex di Fausto Brizzi, due bellissimi film che avrebbero meritato un riconoscimento e che non sono stati neppure presi in considerazione dai giurati.
I due film sono Cover Boy di Carmine Amoroso, Pa ra da di Marco Pontecorvo. Cover boy è la storia di un’amicizia tra due ragazzi, uno romeno e uno italiano. Entrambi vivono vite marginali e disperate, ma in questa disperazione, invece di esserci l’ovvia denuncia di un disagio sociale, c’è un percorso umano profondo e toccante, con un Luca Lionello in un’interpretazione assolutamente straordinaria e una Luciana Littizzetto magistralmente straziante nei panni di un’attrice fallita. Pa ra da racconta la storia vera di un mimo francese che è sceso nelle fogne di Bucarest e ha trasformato dei bambini abbandonati a se stessi e sniffatori di colla in una troupe di circensi: un film mosso, umano, sorprendente sulla difficoltà e la possibilità di un riscatto. Un premio minore, il David Giovane, l’ha preso un altro film che avrebbe meritato, a mio avviso un premio più importante. Parlo di Si può fare, che ha avuto un certo successo di sala grazie al passaparola e racconta la storia, anch’essa vera, di una cooperativa di lavoro messa in piedi da ex degenti di un ospedale psichiatrico negli anni Settanta, con un bravissimo Claudio Bisio e dei comprimari straordinari, fuori da ogni stereotipo del matto. Un film mai banale, mai retorico, pieno di umanità e di allegria.
Perché, mi sono chiesta, quei due film nel trionfo e questi altri nell’oblio? Certo, dietro i vincitori ci sono produttori forti, registi perfettamente inseriti nel milieu culturale del politicamente corretto, ma non è solo questa la ragione. Sono stati premiati anche, a mio avviso, e soprattutto perché ripercorrono la percorritissima strada dei film di denuncia. È una grande e bella tradizione, quella del cinema di denuncia e questi due film, come negarlo? sono sicuramente importanti, ma meritavano davvero di vincere in tutte le categorie, o non era più giusto premiare anche film più sfortunati ma di equivalente valore? D’altronde, la denuncia dà sempre una patente di maggior coraggio, di servizio reso alla nazione e quindi viene privilegiato rispetto a film più prettamente narrativi. Ma cos’è la denuncia, se non un modo di sentirsi migliori, avallando l’idea che, tramite l’indignazione, si possa contribuire a costruire un mondo più giusto? Ma siamo sicuri che sia così? Che lo sdegno sia in grado di edificare una civiltà più umana, meno gravata dalle ingiustizie?
Personalmente ho trovato Gomorra un film visionariamente molto bello, da cui però sono uscita cupamente distrutta e con il senso di aver partecipato a qualcosa di profondamente degradante, da cancellare al più presto dalla mia mente. Mentre alla fine dei tre film citati sopra mi sono sentita felice, grata all’intelligenza e alla sensibilità degli autori e più aperta alla vita, a capire le ragioni del degrado umano e sociale che offre la nostra società, facendo emergere la possibilità di riscatto che sono insite in ogni degrado.
Perché viene fatta passare per «vera» cultura soltanto quella che zavorra, che rattrista, che incupisce e che toglie energia? E perché le storie che, seppur difficili, contengono invece un germe di positività e di speranza vengono regolarmente ignorate? Perché l’idea che esista la redenzione - e che sia una realtà fondamentale dell’essere umano - provoca tanta indifferenza o, nel caso che un film abbia successo, al massimo sarcasmo e derisione? Se qualcuno avesse portato una sceneggiatura come quella di Gran Torino ai produttori italiani, avrebbe ricevuto solo rifiuti o peggio, come si usa da noi, assordanti silenzi. Gran Torino è una storia di redenzione, ma siccome è americana e l’ha fatta il grande Clint gli si perdona, anzi lo si premia. Cover boy non aveva niente da invidiare a Gran Torino, ma è stato completamente ignorato.
Perché, appena ci sono dei sentimenti veri, non caricaturali, delle realtà che - anche con sofferenza - cambiano in meglio, degli squarci sulla contraddittorietà e la complessità dell’anima umana, i film - ma anche i libri - vengono immediatamente bollati come edificanti e con questo termine messi all’indice del pubblico ludibrio?
L’arte di oggi - ci viene fatto credere - non deve edificare, deve degradare, deve distruggere, deve denunciare, mostrare che viviamo tutti come topi in un vicolo cieco e che l’unico aculeo che possiamo lanciare per difenderci è quello dell’indignazione. Eppure, se ci si sofferma un attimo a pensare, tutta l’arte - l’arte che è rimasta attraverso i secoli - è un’arte edificante, nel senso che ha costruito il bagaglio di emozioni, di sensazioni, di pensieri e di conoscenze tramandate di generazione in generazione e che ci hanno formato. Possiamo sempre rileggere Shakespeare o Dante o Tolstoj o Cecov o Dostoevskij, ogni volta hanno qualcosa da dirci di nuovo, qualcosa di sorprendente che ci fa riflettere e che crea uno spazio nella nostra memoria ricco di tenebre e di luce, di emozioni e di amarezze, di luoghi da condividere con qualunque persona abbia letto gli stessi libri, in qualunque parte del mondo.
La stessa cosa accade con i film. La mia vita sarebbe stata diversa se non avessi visto i film di Tarkovskij, se il suono della campana di Andrei Rublëv non risuonasse nel silenzio delle mie notti. La mia vita sarebbe stata diversa se non avessi visto Il Posto delle Fragole di Bergman o Quarto Potere di Orson Welles o C’eravamo tanto amati di Ettore Scola. Li ho visti quando ero giovane e torno a rivederli spesso, senza stancarmi perché, ad ogni età della vita, da un film o da un libro importante si possono attingere diverse riflessioni. Riflessioni che costruiscono la nostra memoria, la nostra coscienza, il nostro progredire nella comprensione di noi stessi e del mondo e che dunque edificano.
La crisi attuale non è venuta per dirci che anche in questo campo è ora di cambiare, che le persone forse desiderano cominciare a vedere qualcosa di diverso, qualcosa che parla dell’uomo non come maschera, macchietta o automa, ma come essere portatore di complessità? Essere che ha bisogno, per trovare senso nei suoi giorni, di alcuni sentimenti fondanti come l’amore, la speranza, la compassione?
Scriveva Tolstoj: «Lo scopo dell’arte non è quello di risolvere i problemi, ma di costringere la gente ad amare la vita. Se mi dicessero che posso scrivere un libro in cui mi sarà dato dimostrare per vero il mio punto di vista su tutti i problemi sociali, non perderei un’ora per un’opera del genere. Ma se mi dicessero che quello che scrivo sarà letto tra vent’anni da quelli che ora sono bambini, e che essi rideranno, piangeranno e s’innamoreranno della vita sulle mie pagine, allora dedicherei a quest’opera tutte le mie forze».
Susanna Tamaro