Capelli e ori per riconoscere i corpi dilaniati

Tony Damascelli

nostro inviato a Londra

Ferragosto a Londra. Ma è il nove di luglio. Così stanno le cose in questo fine settimana non meglio definito. Traffico inesistente, Piccadilly circus senza clamori, Hyde Park silenzioso, Trafalgar square deserto, lunghissima fila di taxi fermi davanti ad Harrod’s. Quando è mezzogiorno scatta l’allarme a Tavistock square, un pacco, una telefonata, qualcosa comunque mette in circuito di nuovo la paura. Tavistock è il sito dove è saltato in aria il bus numero 30, Tavistock è il luogo che il greco George Psarabakis non dimenticherà mai più, se avrà comunque la forza di ricordare. Psarabakis è l’autista di quel bus devastato dalla bomba: il tetto, quello che è rimasto dopo l’esplosione, è stato trasportato nel laboratorio di Scotland Yard per essere analizzato, per capire quale tipo di esplosivo sia stato utilizzato. Tavistock è pattugliata di giorno e di notte, inch per inch, pollice per pollice dalla polizia ma è bastata una voce, una segnalazione per aprire quel varco e creare il panico. Subito rientrato mentre tutto intorno le strade restavano chiuse, mentre paradossalmente la televisione trasmetteva le immagini della seconda guerra Mondiale, in onore alle donne britanniche morte, ieri il giorno a queste eroine era dedicato, secondo riti e tradizioni di questo Paese che, come un disco in vinile dei bei tempi, ha due facciate. Nella A c’è il fair play, la freddezza, il superiority complex, il rispetto delle norme, ma, assieme, la voglia morbosa del pettegolezzo che scortica ma non uccide; dall’altra la rabbia, improvvisa, la ribellione che prende corpo sotto traccia. Ecco queste ultime stanno emergendo, dopo lo sconforto, la disperazione, dopo lo sbalordimento delle prime ore. Londra incomincia a reagire al silenzio ambiguo delle forze dell’ordine, degli ospedali, del governo sul numero effettivo dei morti, su quello dei dispersi o scomparsi. E i parenti, gli amici continuano ad aggirarsi, spettrali, miseri ma non miserabili nella loro ricerca, mostrando fotografie, ritratti sorridenti, cercando una risposta. Soltanto ieri la polizia ha allestito un centro di raccolta per i parenti delle vittime, soltanto ieri è stato chiarito che le tre bombe sono esplose a cinquanta secondi una dall’altra, la prima alle 8 e 50 e che alle 9 e 15 Tim O’Toole, americano, direttore generale della Metropolitana londinese, ha dato l’ordine di fermare tutti i convogli: «È stata una decisione difficile, rischiosa perché non sapevamo se e dove altre bombe potessero essere collocate, perché non tutte le piattaforme erano libere, perché inizialmente avevamo avuto soltanto un calo di tensione elettrica ma alla fine avevamo capito che si trattava di qualcosa di drammatico». Andy Trotter è il capo della polizia, ha spalle da armadio a quattro ante; Brian Paddick è il responsabile del servizio di sicurezza della metropolitana, ha, rispetto al collega, il fisico da Stan Laurel, assieme hanno aggiunto particolari critici sul 7 luglio: «Non sappiamo quanti morti ci siano là sotto nelle carrozze bruciate sulla Piccadilly line, soltanto i medici legali potranno dircelo, soltanto la loro identificazione porterà a definire questa tragedia. Non sappiamo che tipo di esplosivo, plastico, militare sia stato utilizzato e non possiamo sapere se a bordo del bus numero 30 ci fosse un kamikaze oppure se fosse già sceso al momento dell’esplosione. Possiamo presumere che ad azionare le bombe sia stato un timer a distanza».
La prudenza non è censura, il riserbo non è arroganza: gli inglesi, per abitudine, preferiscono non concedere vantaggi ai delinquenti, illustrando nei minimi particolari l’accaduto, il luogo, i presenti. Scelgono le luci di posizione per arrivare alla verità, vogliono scoprire, ad esempio, se esistono prove, indizi in quei vagoni, anche un capello che possa portare ai criminali, senza che l’opinione pubblica e i mezzi di informazione mettano in circuito, insieme con le immagini e il dolore, anche le notizie.
E allora? Allora la gente vuole sapere e vuole capire, per esempio perché deve chiamare questo numero telefonico 0870 1566344 per avere notizie su chi non ne fornisce più, sapendo che quel prefisso 0870 ha un costo alto, più alto di una chiamata normale. Perché speculare anche sulla morte? Come hanno fatto gli alberghi che hanno raddoppiato le tariffe in questi giorni strozzando i pendolari che non potevano rientrare in provincia? Perché, a parte le visite da cerimoniale, Blair, la regina, Carlo e Camilla, non comunicano quello che hanno visto, quello che sanno, che forse non vogliono dire? Perché a tre giorni dal disastro non si hanno ancora i nomi e i cognomi di tutte le vittime e soltanto grazie alla disperazione dei parenti e degli amici si cerca di ricostruire la loro identità? Ad alcune domande ha risposto Jim Dickie, un occhialuto gentleman, supervisore medico della polizia metropolitana. E il suo intervento ha avuto passaggi atroci: «Soltanto questo pomeriggio possiamo incominciare l’opera di riconoscimento delle vittime perché i corpi sono straziati, in alcuni casi ricorreremo alle protesi dentarie, a qualche gioiello, ai capelli, agli abiti, alle impronte digitali. La commissione lavora ogni giorno a partire dalle 4 del mattino, pensiamo di poter concludere il lavoro entro due settimane e chiediamo a tutti di collaborare, a chi ha ritrovato gli scomparsi, a chi può darci un supporto. Là sotto abbiamo dei professionisti che stanno lavorando in condizioni pericolose, in un ambiente impossibile, di fronte a una tragedia, a corpi dilaniati. Poi abbiamo un gruppo di 40 persone che dovranno mettersi in contatto con le famiglie delle vittime. Siamo lenti, lo so, ma dobbiamo esserlo nel rispetto di tutti».
Lenti, con i morti nel buio di Londra e le fotografie dei loro sorrisi.
Tony Damascelli