Le capitali diventano città del colore

Il Central Saint Giles di Londra, progettato da Renzo Piano, è l'emblema di una nuova tendenza architettonica: trasformare i quartieri in enorme tavolozze dominate da tinte sgargianti

Quando Tommaso Campanella scrisse la Città del Sole sicuramente non aveva in mente Londra, né tantomeno la sua City. La Città del Sole teorizzata nel 1602 dal filosofo italiano sorgeva sull’isola di Taprobana (che i critici fanno corrispondere all’isola di Ceylon) ed era eretta su un alto colle; circondata da sette cerchia di mura, praticamente inespugnabili, ognuna delle quali portava il nome di uno dei sette pianeti, mentre le entrate per accedere alla città erano quattro, situate in corrispondenza dei quattro punti cardinali. Alla sommità del monte si trova un tempio di forma circolare, consacrato al Sole, sulla cui volta erano dipinte le stelle maggiori: tutto intorno, a dominare, solo i riflessi cangianti della luce, nelle sue mille variazioni.

Non sappiamo se l’architetto Renzo Piano - prima di progettare le facciate in tecnicolor del Central Saint Giles di Londra - si sia ispirato o no all’opera del frate domenicano calabrese, ma certo, almeno a livello inconscio, ne ha interpretato lo spirito intimamente visionario. Inaugurato la scorsa primavera, il complesso multifunzionale nella zona tra Covent Garden e Bloomsburynel ha di fatto costruito il nuovo skyline della capitale britannica, abbattendo nel contempo il vecchio panorama legato al cliché della Londra «green», grigia; altro che fumo di Londra, oggi il Central Saint Giles appare come un gigantesco Lego con una cascata di mattoncini rossi, gialli, verdi, arancio e blu: proprio lì, a St Giles, dove c’era un edificio di mattoni neri che custodivano i segreti di un dipartimento della ministero della Difesa.

«Il disegno è nato dai vuoti, dallo spazio lasciato dalla demolizione - ha raccontato Renzo Piano sul Secolo XIX -. Si è partiti dalla volontà di rendere questo luogo accessibile, trasparente, di farne un elemento urbano da vivere. In realtà, tutto ruota intorno a una quercia. È arrivata dal Belgio, sta lì nel centro della piazza, è alta venti metri, ma crescerà ancora, offrendo un po’ d’ombra d’estate e un colorato tappeto di foglie in autunno». Siamo nel cuore del West End, nel quartiere dell’alta moda, della Café society, dei ristoranti internazionali. In tre minuti a piedi si arriva a Soho, in cinque al British Museum, in otto al mercato di Covent Garden, attraversata la strada c’è una chiesa medievale, detta «in the fields», perché tra la City e Westminster un tempo qui era tutta campagna. Fino a ieri un’area centralissima ma negletta, che i proprietari, la Legal General Property (Lgp) e la Mitsubishi, hanno voluto «riportare sulla mappa», come dice Simon Wilkes, direttore sviluppo della Lgp.

Un progetto-pilota che da una parte fa da apripista ad analoghe iniziative programmate in altre grandi città europee (Madrid, Atene, Parigi, Sofia) e, dall’altro, ripercorre la strada già da tempo intrapresa in altre metropoli come Copenaghen, Oslo, Stoccolma, Helsinki.
«La filosofia cromatica alla base del progetto realizzato da Renzo Piano con il St Giles è già da tempo una realtà in molte capitali del nord Europa - ci spiega l’architetto Silvano Ferrarese -. L’aver trasportato quella esperienza in una città tradizionalmente buia come Londra, rappresenta una scommessa di grande suggestione».
Sulla stessa linea anche l’architetto Laura Bolla: «Ammiro da sempre la progettualità d’avanguardia di Renzo Piano; non è un caso se il mondo è pieno di opere che, grazie a lui, sono diventate lo specchio della migliore tradizione creativa italiana».

Più scettico è invece il professore di Estetica, Stefano Zecchi: «Non ho elementi per esprimere un giudizio specifico sul Central Saint Giles di Londra, ma - facendo un discorso più generale - posso dire di essere stufo degli architetti che sovrappongono le proprie idee sul contesto ambientale o - peggio - infliggono alla società il gigantismo delle loro realizzazioni».

A esprimere una posizione mediana è invece il professor Xante Battaglia, docente di Pittura all’Accademia di Brera: «Anche il lavoro dell’architetto, se fatto in determinati contesti, assume una valenza artistica. E l’uso dei colori, abbinato ai materiali, va certamente in tale direzione».
«C’è chi dice che Londra sia una città scura, ma io non ne sono mai stato convinto - spiega l’architetto Piano -. Il colore c’è, non su grandi superfici, ma c’è, basti pensare agli autobus a due piani o alle cabine telefoniche. È un modo per dare il benvenuto, per fare festa. Qui vicino c’è Denmark Street, una strada colorata dalle vetrine dei negozi pieni di strumenti musicali. Certo, il colore può essere usato come decorazione e basta, ma qui non è semplicemente applicato su una superficie, viene dai 121 mila pezzi di ceramica che formano le facciate. In questo senso, non è un edificio ipocrita. Ogni materiale rappresenta una promessa: la ceramica manterrà la sua brillantezza per secoli».

Piano ha cominciato a lavorare al progetto del St Giles nel 2001, passando i primi quattro anni a disegnare e buttare via ipotesi, come quella di usare la pietra o innalzare una torre. Per la sua prima opera nel Regno Unito ha fatto qualcosa di insolito: ciò che balza infatti immediatamente agli occhi sono i colori squillanti delle sue 22 facciate, tutte disposte su assi differenti, a echeggiare il tessuto intorno: giallo, rosso, arancione, verde, grigio, su fino a 12 piani. Bianco, invece, all’interno della piazza, per garantire la maggiore luminosità possibile. E qualcuno l’ha già ribattezzata la Città del Sole.