Carcere e 14 anni di processi: assolto ex colonnello del Sisde

Augusto Maria Citanna ha avuto la vita distrutta ma, per salvare l’onore, ha rifiutato la prescrizione

da Milano

Avrebbe potuto uscire dal processo con una «assoluzione per avvenuta prescrizione». La via di fuga era lì a portata di mano. Così la pensavano anche i giudici della terza sezione penale del tribunale di Napoli, quando qualche mese fa alla cinquantacinquesima udienza del suo processo, entrarono in aula dicendo: «Signori, il reato è prescritto, possiamo raccogliere i faldoni e salutarci». Invece, i più increduli furono proprio loro, giudici e pm. Perché a lui, imputato eccellente, ex colonnello del Sisde, Augusto Maria Citanna, quell’assoluzione non era sufficiente. «Rinuncio alla prescrizione, desidero che il processo vada avanti», aveva detto tra lo sconcerto generale. Da 14 anni si dichiarava innocente. Da ieri lo è anche per la giustizia italiana. Assolto con formula piena per «non aver commesso il fatto». Ma in questi anni ha conosciuto il carcere duro, la sospensione dal servizio e la gogna.
Aveva 46 anni. Era il capo dell’ufficio di Genova del Sisde. Era il 1993, l’anno della strage di via Palestro a Milano (5 morti e 12 feriti), di quella di via dei Georgofili a Firenze (3 morti e 41 feriti), delle due autobombe fatte esplodere a Roma. In questo clima la notte tra il 20 e il 21 settembre sul treno 810 Siracusa-Torino, alla stazione di Roma Ostiense venne fatta ritrovare una bomba. Tre settimane dopo arrestarono il colonnello Citanna. Ad accusarlo di aver inscenato un falso attentato è un informatore, un collaboratore di giustizia, Carmine Allocca, meglio noto negli ambienti camorristici come «’u spione». Secondo gli inquirenti si trattava di una falsa operazione che doveva servire a dimostrare l’efficienza del Sisde nella lotta al crimine organizzato.
«Quel giorno per me e la mia famiglia è cominciato un incubo - dice oggi Citanna -. Mi hanno prelevato e portato nel carcere militare di Forte Boccea». Racconta: «Era carcere duro, peggio del 416 bis (quello riservato ai mafiosi). Mi tenevano in isolamento, nella cella a fianco alla mia c’era Bruno Contrada. Ero guardato a vista. Ho dovuto abituarmi persino ad andare in bagno con la porta aperta». Sei mesi e dieci giorni di carcere, poi arresti domiciliari e sospensione in via cautelativa dal servizio. «Per cinque anni ho smesso la divisa. Sono stati anni duri, di sofferenza morale. Ero innocente, venivo additato come un infame bombarolo. Mio padre che era generale dei carabinieri, ne è morto di crepacuore». Dopo cinque anni di sospensione, in attesa di giudizio viene reintegrato. Dalla poltrona numero uno del Sisde viene trasferito dietro la scrivania della caserma dei carabinieri a sbrigare scartoffie. E intanto il processo continua, le udienze (in totale saranno 60) si susseguono, i faldoni del suo fascicolo passano di mano in mano. Alla pubblica accusa si alterneranno otto pm.
In totale trascorrono 14 anni. E arriva pure la prescrizione. Perché non ne ha approfittato? «Perché non avrei mai cancellato questa macchia. L’ho fatto per me, ma anche per mia moglie e i miei figli. Certo ho avuto paura che potesse anche finire diversamente. Nessuno, nemmeno un innocente può essere sicuro di venire assolto».
«Come avvocato sono contento di aver contribuito ad aiutare un servitore dello Stato e un galantuomo - ha commentato uno dei suoi legali, Giannino Caracciolo -. Come cittadino mi resta lo sconcerto che questo chiarimento avvenga a 14 anni di distanza dal fatto». Aveva 46 anni. Oggi Augusto Maria Citanna ne ha 60. Una vita.