Carissimi filosofi pop, studiate da Fantozzi

Il pensiero non deve essere élitario né compiacere le masse Solo così può tornare alle origini smentendo i suoi «becchini»

Che succede alla filosofia dopo che i filosofi hanno certificato il suo decesso? Con esemplare masochismo, i filosofi hanno dichiarato morta la propria materia di studio. In principio furono Foucault e Derrida, Marcuse e Lyotard, e ciascuno a suo modo decretò finita la filosofia. Era ingombrante il peso dei filosofi forti, da Heidegger a Gentile, e si pensò di puntare sulla leggerezza e l’infondatezza. Da noi, finite le filosofie della rivoluzione, si tentò il compromesso col pensiero debole di Vattimo e Rovatti.
Poi cos’è successo? Che la filosofia sfuggita ai circuiti chiusi è entrata nel grottesco. A quel punto chi è stato l’estremo erede di Marx, della dialettica servo-padrone e del conflitto di classe? Vorrei dire Paolo Villaggio, in arte Fantozzi, che ha descritto la nuova alienazione della piccola borghesia, il suo sfruttamento servile e il suo vittimismo, la grottesca dominazione dei manager o megadirettori. Nessuno meglio di Fantozzi ha descritto in modo comico la condizione postmoderna dell’Impiegato, il nuovo proletario della società consumista di massa, i suoi sogni e le sue viltà. E che dire di Nietzsche finito al cinema, tra Rambo, Superman, gladiatori e altri eroi? Chi è stato l’erede grottesco della scuola filosofica meridionale, vichiani come Cuoco o hegeliani come Spaventa e Croce, per intendersi? Direi Renzo Arbore e la sua scuola, in cui fiorirono filosofi partenopei come De Crescenzo e Pazzaglia, sociologi dell’edonismo come Roberto d’Agostino, poi fondatore del micidiale sito di metafisica dei costumi, il tempio del gossip Dagospia; pensatori surreali come Frassica, Ferrini e Catalano, figure pedagogico-professorali come Mirabella, Marenco e svariati musicologi, oche pensanti e intellettuali maccheronici della Magna Grecia. La filosofia di Arbore travisava la vita nella notte, in una visione ironica con tratti goliardico-televisivi e cazzeggi erotico-musicali. Di quel filone Luciano De Crescenzo fu il filosofo sistematico che ripassò i grandi autori della filosofia in padella pop scanzonata.
Ma quella è stata la filosofia di massa che ha inciso sui gusti, i linguaggi e il modus vivendi di intere generazioni, rispecchiandole. Fantozzi, Dago e Arbore sono esempi di sociologia dal vivo. Naturalmente sono paradossi per capirsi.
Ora invece ci sono i teorici della pop filosofia, tra cui il brillante Simone Regazzoni che scrive di Pop filosofia o di Pornosofia; Pedro González Calero che dedica i suoi libri a Rido ergo sum e alla Risosofia; i filosofi di Twitter, o Irwin & C. che scrive di filosofia dei Simpson o quanti come Maurizio Ferraris, filosofo degli oggetti, dal telefonino all’iPad, è interprete del postmoderno. Filosofo di largo pubblico e alta divulgazione è Umberto Galimberti, nella titanica impresa di trasferire Heidegger e Severino al pubblico pop e ai settimanali femminili. Non si contano poi i tentativi di applicare la filosofia ai mari e ai monti, al passeggiare e al camminare, al vino e alla musica pop, al jukebox e al calcio, al cinema, al sesso e al caffè. Da Francesco Tomatis a Duccio Demetrio, da Massimo Donà a Giancristiano Desiderio, sono in tanti che in Italia - con diverso esito, ma solitamente gradevole - portano la filosofia in gita fuori porta. E ci sono festival ad hoc come Popsophia a Civitanova Marche. Il problema sorge quando i filosofi, per sentirsi vivi, attuali e seducenti, compiacciono i mass media, civettano con le mode e il pop. Allora finiscono per essere superati dai veri pop, che in quelle acque sanno navigare meglio di loro e con risultati più soddisfacenti. Ai filosofi che fanno il verso a Dago, Arbore e Fantozzi, sono preferibili gli originali.
Ma può esistere sul serio una pop filosofia, come la musica, il cinema o l’arte pop? Sì, è possibile, anzi è necessaria. Perché si è aperto un abisso tra il pensare e il vivere, tra filosofia e sentire comune. La filosofia vale per pochi, introversa e ostica ai più; la vita invece è il canto delle emozioni, il concerto dei desideri e va lasciata ai suoi istinti e piaceri. Non sporcate la filosofia con la vita profana e non avvelenate la vita vissuta con l’acido del pensiero. La vita corrompe il pensiero, il pensiero corrode la vita. Separiamo separiamo. Così viene fuori un pensiero che non esprime più nulla, anzi per dirla in modo filosofico, un pensiero che pensa il pensiero, che vive e muore di analisi, mai di sintesi, sterile, non combacia con la vita. E dall’altra parte una vita che non pensa più nulla, che vive soltanto, non progetta, non ricorda, non conosce, non capisce; usa e abusa. È brutto il divorzio tra vita e pensiero, sciogliere la vita dall’intelligenza. Dove porta? A vite virtuali e pensieri finti; e in entrambi il nulla. Da qui l’urgenza di un pensiero popolare. Ingresso libero, accesso a tutti, bagnare il pensiero nella realtà e poi stenderlo al sole per asciugarlo ai quattro venti. Filosofia chiara e fresca, pensieri all’aria aperta. E poi, chi capisce capisce.
Finora ciò che è culturale, filosofico, dev’essere per forza elitario, riservato a pochi; e ciò che è popolare è necessariamente banale, se non volgare, rozzo. Invece la più vera, grande cultura, la più bella e verace filosofia, è rivolta a tutti; poi ciascuno capirà secondo il suo grado, la sua inclinazione e i suoi studi. Il rango si determina strada facendo, dal tipo di risposte; non va determinato a priori, dal tipo di domande che invece sono universali. Certo, si formeranno poi le scale, nasceranno le gerarchie, e sarà un bene. Ma si formeranno in modo naturale livelli diversi sulla base del pensiero e non prima, sulla base di caste e saperi a circuito chiuso. E comunque il terreno da cui germoglieranno sarà comune, tutti capiranno da dove nasce un pensiero, ne coglieranno il profumo secondo il loro olfatto perché quel pensiero tocca ciascuno di noi. Filosofia popolare, perché nascere, vivere, invecchiare, morire; parlano di noi, mica solo di loro o di qualcuno. Non escludono nessuno.
Il pensiero popolare non deve compiacere le masse ma essere vero e crudo, anche ruvido, quando ci vuole. Il pensiero popolare non può amare gli stoccaggi e gli outlet per piazzare merce standard; è un pensiero che si rivolge a tutti e a ciascuno. Pop vuol dire non lasciare il monopolio del linguaggio a qualcuno, ridare alla filosofia la sua universalità perché il suo genere è umano.
Fatelo uscire dalle accademie e dai comitati, il pensiero vuole stare all’aria aperta, vuol fermarsi in piazza, sedersi a tavolino, conversare con la gente.