Carloforte, Genova in Sardegna, è il Paradiso dell’identità

(...) o imbattersi in bandiere del Grifo in via Venti Settembre o in giro per l’isola - e nemmeno all’uso del dialetto. Che non è genovese puro, che è un genovese un po’ imbastardito, sufficiente a far inorridire i puristi come Franco Bampi, ma che è un dialetto che si parla ovunque, nei negozi e per strada, fra gli anziani e addirittura fra i bambini a scuola. Ora, non siamo qui a fare l’elogio del dialetto sempre e comunque, ma certo l’idea che sull’isola di un’isola si difenda con le unghie e con i denti la propria lingua è qualcosa che fa davvero bene.
Del resto, a Carloforte, tutto parla genovese, anche le pietre. Nel senso letterale della parola: persino architettonicamente l’isola di San Pietro è genovese, con le case colorate e molto liguri, anziché con le abitazioni mediterranee tipiche di tanta parte della Sardegna. E quella che sulle guide turistiche viene pubblicizzata come «un lembo di Liguria in terra sarda», fa di tutto per guadagnarsi la definizione, dai caruggi al quartiere del Castello con fiori e giardini in ogni casa, fino alla piazza con le panchine centrali dove i bimbi giocano ed i vecchi raccontano le loro storie, rigorosamente in genovese. E la lingua è la punta dell’iceberg.
La storia è nota, tanto da aver convinto l’amministrazione provinciale guidata da Alessandro Repetto a un’ottima iniziativa (prima di questo annus horribilis ne faceva parecchie giuste anche lui), quella di conferire il titolo di Comune onorario della Provincia di Genova a Carloforte e Calasetta, esattamente come a Voltaggio nel Basso Piemonte e a Sant’Agata Feltria nell’area ex marchigiana e neo-romagnola. E la circostanza è ricordata con tutte le solennità e tutti i simboli della Provincia di Genova al posto giusto sulla facciata dell’ex mercato, che oggi ospita la bellissima biblioteca comunale carlofortina.
Ma come nasce tutto questo? Occorre fare parecchi passi indietro, alla metà del sedicesimo secolo, quando l’isoletta africana di Tabarca, vicino all’Algeria, venne ceduta ai Lomellini, famiglia aristocratica di Pegli, che inviò un gruppo di pegliesi per pescare coralli, di cui i mari del Nord Africa erano ricchi. Due secoli dopo, però, in seguito al quasi esaurimento dei banchi di corallo ed al notevole aumento della popolazione, oltre 400 esuli tabarchini si spostarono sull’isola di San Pietro, concessa dal re di Sardegna Carlo Emanuele III (Carlo forte, per l’appunto), che li aveva anche riscattati dalla schiavitù a Tabarca, colonizzarono l’isola nel 1738 e fondarono il paese, mantenendo la propria lingua, la propria cultura e le proprie tradizioni. In una parola, la propria identità. Giusto per finire la storia, che è prima drammatica e poi gioiosa, va detto che tre anni dopo, nel 1741, la maggior parte degli abitanti che erano rimasti a Tabarca furono nuovamente resi schiavi dai tunisini. E, ancora una volta, il re di Sardegna li riscattò a centinaia, dopo dieci anni: da lì ripartirono nuovamente per Carloforte.
Insomma, orgoglio, passione, identità, sofferenza e riscatto. Qualcosa che ci rende orgogliosi di essere genovesi, molto di più di quanto ce lo permetta la Genova di oggi. E, a questo punto, per par condicio fra isole, diciamo due parole anche su quella di Sant’Antioco, di fronte a San Pietro. E sulla storia di Calasetta: anche in questo caso, è una colonia nata nel 1770 da schiavi pegliesi-tabarchini liberati dall’ordine religioso dei Santi Maurizio e Lazzaro, che avevano ottenuto quella parte dell’isola di Sant’Antioco come feudo.
Mi rendo conto che, oggi, rischio di fare invidia a una guida turistica pocket dei paesi. Ma era solo il percorso minimo indispensabile per entrare con un minimo di rudimenti nel paradiso dell’identità, questo brandello di Genova in Sardegna, dal cui racconto ci piacerebbe che nascesse una nuova Genova. Seguiteci nei prossimi giorni e proveremo a raccontarvelo.

(1- continua)