Carloforte, la vera Genova è in Sardegna

di Massimiliano Lussana

Giusto un mesetto fa, qualche giorno prima di partire, mi ero permesso di condividere con voi un sogno ad occhi aperti per costruire un’altra Genova. Una Genova che somigliasse di più a quella che si è meritata il soprannome di Superba. Ma anche, più minimalisticamente, una Genova che somigliasse a quella di Pertusio. Ma anche, più minimalisticamente ancora, a quella di Campart. Oppure a quella di Carlo Pastorino, sulla cui morte, a parte pochissime eccezioni, c’è un silenzio assordante da parte della politica genovese (ne parleremo a lungo domani, perchè è qualcosa di surreale). Una Genova che non innalzi ad «eroi civili» o «risorse» o «patrimoni» i voltagabbana, gli opportunisti o coloro che indossano le proprie idee come fossero vestiti da abbinare al clima del giorno. O, peggio ancora, i violenti e i manovratori di estintori da piazza.
Una Genova che avesse l’orgoglio di essere Genova. Niente di più. Ma anche niente di meno. E il fatto che in tantissimi di voi abbiate scritto e chiamato in redazione per condividere quel sogno è il miglior segno, l’ennesimo, della forza della famiglia del Giornale. E, se permettete, condivido con voi l’orgoglio e la gioia di scrivere per un giornale letto da persone così.
Ecco, quella Genova, almeno in parte, l’ho trovata. Ma non a Genova. L’ho trovata a Carloforte, nella Sardegna profonda, sull’isola di San Pietro, Provincia di Carbonia-Iglesias. Eppure, anche Provincia di Genova, come Comune onorario: proprio come Voltaggio, Basso Piemonte che è Liguria piena; proprio come Calasetta, che di Carloforte è dirimpettaia, sull’isola di fronte a San Pietro, quella di Sant’Antioco; e presto come Sant’Agata Feltria, Romagna marchigiana e come Capraia, altra isola legatissima a Genova.
Insomma, non sempre (talvolta sì) apprezzo Alessandro Repetto come presidente dei Comuni «ufficiali» della Provincia di Genova. Certamente, lo apprezzo come presidente dei Comuni «onorari», è già qualcosa. Perchè - e qui sta il punto - nei Comuni onorari, forse proprio perchè la loro genovesità se la sono sudata e se la sudano ogni giorno, l’identità è più forte, più sentita.
So benissimo di averlo già scritto. Ma ogni volta che torno dalla Sardegna funziona così. E, se la Sardegna è la capitale dell’identità, a Carloforte l’identità è elevata a potenza: identità sarda e identità ligure: dal cibo, al tifo per Genoa e Sampdoria, fino alla lingua, con il dialetto pegliese unica lingua ufficiale del paese, fin dalle scuole elementari. Personalmente, non ho mai sentito parlare così tanto il genovese come a Carloforte e, soprattutto, non ho mai sentito farlo con tanto orgoglio della propria lingua.
Tutto questo convive alla perfezione con l’identità sarda che si respira ovunque: al supermercato, dove lo scontrino riporta la percentuale di prodotti sardi acquistati; nel carrello dove le patatine sono Crocchias, dove l’acqua è Smeraldina, dove i latticini sono Arborea, dove il chinotto è Siete Fuentes, dove la birra è Ichnusa...; in edicola, dove un editore capace come Sergio Zuncheddu ha fatto sì che tutti gli allegati dell’Unione sarda siano «griffati» con il logo della Biblioteca dell’identità: dai dischi ai libri, purchè siano scritti o interpretati da sardi.
Ecco, io tutto questo lo invidio. Così come invidio i carlofortini (o «carolini», sono valide entrambe le forme, ma loro si considerano orgogliosamente «tabarchini») non solo e non tanto per la bellezza dell’isola, non solo o non tanto per la loro storia - da schiavi pegliesi a Tabarca a uomini liberi nelle isole nel Sud della Sardegna -, non solo o non tanto per la natura incontaminata delle saline, che costituiscono uno degli habitat più incredibili che abbia mai visto, con un numero di aironi, fenicotteri rosa e cavalieri d’Italia straordinario.
Ma, per l’appunto, oggi non siamo qui a parlare di turismo o di storia. Ma di identità, di orgoglio, di piacere di essere genovesi. Di amore per la nostra città, certificato non a parole o per autodichiarazione, spesso mendace.
Per dimostrare l’amore per Genova, ad esempio, occorrerebbe amarla nei comportamenti. Nel sorriso da spendere per strada o nei mezzi pubblici. Nella correttezza dei comportamenti. Nella cortesia nei confronti dei propri clienti o dei propri utenti. Ma è possibile che, spesso, nei negozi, quasi ci portano a vergognarci di chiedere qualcosa o, addirittura di essere clienti? Ma è possibile che sembra di chiedere un favore quando si domanda semplicemente di essere serviti, pagando? Ma è possibile che, sempre più spesso, quando si chiede un’informazione ti rispondano: «Guardi l’etichetta»?
Forse, è una piccola cosa. Ma - dato che credo che il commercio e il turismo siano la più grande ricchezza di Genova, il nostro petrolio - penso che per fare commercio e turismo servano determinati modi. E a Carloforte li ho trovati: negozi dove il turista è coccolato come un re; bagnini che offrono le prime consumazioni della stagione, conquistandosi la simpatia immediata degli avventori; commercianti che, spesso, non solo non ti chiedono la cifra al centesimo, come accade alle nostre latitudini, ma che ti abbuonano due euro se non hanno il resto. Perdendo due euro in quell’istante, ma guadagnando un cliente per sempre. Che, per un posto che vive di turismo, dovrebbe essere l’abc.
Insomma, a tratti - non sempre, ovviamente, generalizzare è sempre sbagliato - Carloforte e l’isola di San Pietro (e un discorso analogo si potrebbe fare su Calasetta a Sant’Antioco, che pure è un po’ la parente povera) sono la Genova che Genova non è, o non è più. E non solo per la lingua di stretta derivazione pegliese, un po’ più strascicata, ma orgogliosamente brandita, come un’arma di difesa contro il mondo esterno. E non solo per alcune specialità gastronomiche, seppure gioiosamente «imbastardite» dai sapori maghrebini: da quello del cus-cus, che a Carloforte diventa giosamente casc-cà, alle facusse, dolcissimi cetrioli, che prendono il nome dal faguss di Tunisi.
Ma, per l’appunto, parliamo di qualcos’altro. Di qualcosa che va oltre. Di qualcosa che va oltre Carloforte, che va oltre il mare e che va oltre la massiccia presenza di genovesi e di liguri in vacanza.
La storia non è un segno di interpunzione. La memoria è un vizio che vale la pena di coltivare. Perchè quella storia così pesante, quel racconto degli abitanti partiti nel 1542 da Pegli al seguito dei Lomellini che si insediarono sulla costa tunisina nell’isolotto di Tabarca, non è solo un elemento di studio per gli storici locali. Così come non lo è la colonizzazione dell’isola di San Pietro (che allora si chiamava isola degli Sparvieri) concessa loro da re Carlo Emanuele III di Savoia, nè lo è (non solo) la data spartiacque della storia carolina: nella notte fra il 2 e 3 settembre 1798 ottocentoventitrè abitanti dell’isola furono catturati in un’incursione barbaresca e tenuti schiavi a Tunisi per cinque anni, finchè vennero liberati, pagando un grosso riscatto, da re Carlo Emanuele IV.
E poi, si potrebbe anche raccontare di come, il 15 novembre 1800, il giovane schiavo Nicola Moretto, vicino alla spiaggia di Nabeul, a sessanta chilometri da Tunisi, ritrovò il simulacro della Madonna e lo portò nella capitale tunisina, consegnandolo al sacerdote don Nicolò Segni, pure lui schiavo carolino. I carlofortini ogni giorno si riunivano proprio intorno a quella Madonnina, pregando per la propria libertà. E quando, per l’appunto, tornarono liberi nel 1803, gli ormai ex schiavi carolini si portarono dietro la statuetta miracolosa che, da quel momento, fu venerata come «Madonna dello schiavo» e costruirono un santuario dove viene pregata ancor oggi.
Tutto questo non è materiale da eruditi tabarchini. Non è qualcosa che vi raccontiamo come se questa fosse una pagina delle curiosità, una versione quotidiana di Forse non tutti sanno che..., la rubrica storica della Settimana enigmistica. Non è la semplice ripetizione di quello che molti turisti ospiti di Carloforte già conoscono.
Il punto, il punto centrale, è che senza memoria non c’è futuro. E, ribadisco, io il vizio della memoria non lo voglio perdere. Perchè la nostra storia personale, la nostra coerenza o incoerenza, la nostra capacità o incapacità di ammettere gli errori, fa la differenze. E questo credo che dobbiamo imparare ogni giorno da Carloforte, dai tabarchini: l’orgoglio delle nostre origini; il piacere della nostra storia, persino quando è una storia di sofferenze, la consapevolezza che - vichianamente - la storia è corso e ricorso di eventi, ma anche che, senza ricordo del passato, non c’è futuro.
Carloforte ha qualcosa in comune con Genova. Qualcosa che va oltre le focacce e le farinate, qualcosa che prescinde dal pesto carolino (solo olio e basilico), qualcosa che non è semplicemente una simpatia etnico-linguistica. Persino la storia dell’isola e la storia della nostra città sono in qualche modo parallele: a Carloforte come a Genova i lavoratori hanno conquistato vittorie sociali molto importanti; Carloforte come Genova è stata capitale economica mondiale: da noi sono nate le banche e l’isola di San Pietro era talmente importante per i traffici commerciali da ospitare, a un certo punto del secolo scorso, addirittura una decina di consolati o viceconsolati.
Insomma, il mare come ricchezza, il porto come colonna d’Ercole della propria ricchezza.
Il tutto, lo ribadisco per l’ennesima volta, partendo da un punto imprescindibile: il diritto e il dovere alla propria memoria. Quasi una religione civile che sull’isola di San Pietro si respira ad ogni passo. Praticamente una dolcissima compagnia che ti avvolge come lo scirocco, che ti entra dentro come il maestrale, che ti stordisce, positivamente stordisce, come la tramontana.
Ecco, se anche solo Genova imparasse questo da Carloforte, la religione civile della memoria, forse saremmo qui a raccontare un’altra storia e un’altra Genova. Noi ci crediamo.