Caro Fini, l’erba non è tutta uguale

Caro ministro Fini, forse lei (non) sa che da almeno un anno circola in Alleanza nazionale la seguente storiella: «Hai visto?», dice un iscritto a un altro, «Guerri si sta avvicinando a Fini...». «Macché», replica l’amico, più o meno contento a seconda della sua posizione, «è Fini che si sta avvicinando a Guerri». L’ameno scambio di battute nacque circa un anno fa, quando lei cominciò a mostrarsi più aperto verso la condizione degli omosessuali, le libertà individuali, il rispetto che occorre ottenere dalla Chiesa verso la laicità dello Stato, ecc.
Per quel che mi riguarda non pretendo certo di essere un suo ispiratore. Credo piuttosto che lei, da uomo politico accorto qual è, sa di non poter aspirare alla guida di uno qualsiasi dei prossimi governi trainandosi dietro anche il conservatorismo più greve che tuttora coesiste con le anime più laiche e aperte di An. E poi non voglio neppure credere che si tratti di puro opportunismo politico: immagino piuttosto che, con il progredire delle sue responsabilità nel governo e nella vita civile di questo Paese, lei lo stia comprendendo meglio, e dunque stia comprendendo meglio come la «vecchia» An, ancora molto intrisa di Msi, sia uno strumento inadatto a guidare questo grandissimo, nobilissimo Paese, questo grandissimo, nobilissimo popolo.
È stata cosa eccellente, dunque, che lei l’altro giorno, nella trasmissione di Fabio Fazio, abbia dichiarato di essersi spinto - un giorno di tanti anni fa - a provare gli effetti di uno spinello. Per di più non mentendo come Bill Clinton (che si rese ridicolo aggiungendo di non avere aspirato), ma dichiarando paripari che il risultato fu un «rincoglionimento» di due giorni. Sono sicuro che lei non perderà un voto per questo, e glielo auguro, perché la sincerità - specie quando viene da un politico - paga e strapaga. E paga, soprattutto, la nozione di non avere dei politici chiusi a torre in idee ricevute e immutabili, bensì pronti anche a sperimentare - cum juicio - fenomeni giudicabili negativi quanto si vuole ma che fanno parte piena della nostra vita e dell’esperienza di tanti. Continui così, la prego: non a fumare, beninteso, ma a considerare che un conservatore, se non affronta le innovazioni e le diversità - anche quelle sgradevoli o sgradite - è destinato per forza a diventare un bieco reazionario, il che né lei, né io, né gli italiani, desideriamo.
A questo proposito lei forse sa che a mia volta ho fatto dichiarazione pubblica di avere fumato. Quel che non può sapere è che mi capitò - come a lei - anche in Giamaica. Fu esattamente nel 1995, per le celebrazioni del cinquantenario di Bob Marley, purtroppo morto ben 14 anni prima. Ci fu un grande concerto nella piazza principale della capitale Kingston, suonavano gli ex compagni di Bob, suo figlio, sua moglie, e persino l’allora presidente della Repubblica, anche lui strafatto come una biscia natrix: il fumo d’erba è proibito in Giamaica, si sa, ma in modo così teorico formale che basta fare caso a come i vigili dirigono il traffico per rendersi conto che la percentuale dei fumatori va ben oltre la metà della popolazione. Ebbene, su quel concerto si gonfiava una nuvola tale che gli uccellini del cielo per giorni e giorni si ritrovarono poi a volare a rovescio e sottopancia, cantando arditi canti rivoluzionari di tutte quante le rivoluzioni. Ero molto abbronzato, accanto a un’ignota codanzerina danese appena arrivata perché bianca più della luce, e dovevamo essere così belli insieme che venivamo spesso inquadrati dalla diretta tv e sui megaschermi, il che di certo contribuì alla nascita di un amore immediato, concluso all’alba - non saprò mai come ci arrivammo - avvoltolati e fetali attorno a una giovane palma di spiaggia, molti chilometri più in là.
Tutto ciò per dirle, signor ministro, che l’erba miserella allevata sui nostrani balconi ha un effetto tanto meno «rincoglionente» di quella giamaicana e che, se la sua severissima nuova legge sulle droghe ha radici anche in quella sua lontana esperienza giamaicana, sarebbe giusto da parte sua tenerne conto, sia per gli effetti sia per le pene. Il rapporto, creda, è uno a venti.