Caro Massimo, io canto giovinezza

Caro Massimo,
ho letto il tuo libro d’un fiato, come d’un fiato si leggono i libri intelligenti e scritti bene. Me l’hai dedicato «A Giordano Bruno che, credo, può capire». Accidenti se posso capire: le tue pagine autobiografiche giovanili avrei potuto stenderle io, tante sono le esperienze comuni, benché tu venga dalla borghesia colta metropolitana e io dal proletariato di paese. La frequentazione dei salesiani soltanto perché avevano un campo di calcio (dove entrambi abbiamo scoperto di essere schiappe), i giochi ingegnosi e poveri con i tappi metallici opportunamente lavorati, la scoperta del mondo in autostop, l’andare a letto all’alba, le stesse letture fondamentali, per entrambi partite da Sartre e proseguite con Nietzsche, Schopenhauer ecc., la stessa scoperta precoce della mancanza di un senso della vita, l’essere andati presto a vivere da soli, e tanti altri dettagli che avrebbero potuto avere in comune due fratelli. E invece ci siamo frequentati così poco. Ma eravamo ragazzi simili, e non soltanto per motivi generazionali.
Mi chiedo allora come mai non condivido niente del tuo pessimismo cosmico riguardo alla vecchiaia, che tu fai partire dai sessant’anni e che vedi brutta e spregevole, tanto da irridere persino il suicidio perché quello del vecchio «non fa che anticipare di poco ciò che doveva comunque avvenire». Io guardo con entusiasmo ai (molti) anni che mi rimangono da vivere e questa opposta visione del futuro non può nascere soltanto dai sei anni che ci dividono, tu del ’44 io del ’50; né perché tu hai un figlio che va per i trent’anni e il mio ha appena fatto nove mesi. (Avere un bambino in età matura aumenta lo slancio ma dà anche l’ansia - a te è risparmiata - di sapere che non potrai vederlo crescere quanto vorresti.) «Credo che non ci sia cosa più dolorosa per un figlio», scrivi, «di assistere alla decadenza dei propri genitori». C’è un’esperienza più dolorosa, e tocca a quasi tutti i bambini, anche di genitori giovanissimi: accorgersi che il proprio padre non è così intelligente come sembrava da piccoli. Un rischio che il mio non corre, e in questo è più fortunato di tanti altri.
Abbiamo anche la stessa tenerezza verso i giovani, ma tu hai risposto no a una trentenne che ti chiedeva di mettervi insieme: «Perché tu stai entrando nella vita e io ne sto uscendo. Il tempo conta. Non possiamo ignorarlo». Io, con una ragazza trentenne ci vivo, felicissimi entrambi, tanto che il nostro bambino non rimarrà figlio unico, prima o poi. Questo «poi» che a te disgusta, mi riempie di felicità.
Non ti farò, stai tranquillo, il discorsetto per cui si ha l’età che ci si sente, che l’importante è mantenersi giovani di testa e palle varie. Gli acciacchi ci sono, eccome: gli stessi tuoi, a partire dal più umiliante, il calo della vista. Anche io, come te, credevo non sarei mai invecchiato e adesso ho paura della morte forse più di te. A differenza di te, però, non sono per niente convinto che - ormai - nulla di sostanziale cambierà nella mia vita, che non si possa più fare un progetto «esistenziale, sentimentale, professionale». Sono ancora voglioso e pronto, come ho sempre fatto, a cambiare lavoro, abitudini, città, continente, interessi e allegrie. Senza per questo travestirmi da giovane. Porto senza sentirne il peso della mia calvizie, la barba quasi bianca e le prime rughe. La smania di sembrare giovane non mi prenderà perché ho quella - più importante e che tu conosci bene - di essere prima di tutto me stesso, di cercare di evitare l’obbrobrio delle omologazioni sociali, epocali, culturali.
Anche per questo non mi riconosco nella tua analisi sulla generazione del Sessantotto, che sta arrivando ora ai sessant’anni e oltre: «La prima nella Storia che si rifiuti, collettivamente e scientemente, di invecchiare, di abbandonare lo status giovanile». Certo, abbiamo vissuto i vent’anni in un clima di esaltazione dei giovani, ma non è vero che «tutti» i sessantottini sono «rimasti fissati in quella beata stagione di incoscienza e di irresponsabilità e si rifiutano ostinatamente di uscirne». È vero solo per i più fragili fra noi, ma si tratta di debolezze individuali, non collettive. Né credo che la nostra generazione non abbia «vissuto, in seguito, nessun evento collettivo fondante che le abbia consentito di maturare e di crescere».
Qui arriviamo al nocciolo della differenza del nostro modo di vedere gli anni (molti, e magnifici) che ci restano. Tu consideri fondanti solo gli eventi epici che hanno vissuto i nostri padri: il fascismo, la guerra mondiale, la caduta del regime, la Resistenza e la Repubblica di Salò, la caduta della monarchia e il ritorno della democrazia. Ritieni vitale avere vissuto, anche soltanto come pedina, quegli avvenimenti, mentre i formidabili cambiamenti tecnologici che abbiamo vissuto noi, dici, «io li ho solo subiti». E allora ci credo che ti senti vecchio quanto io mi sento giovane. L’antipatia che hai per la modernità sarà, sì, frutto di un sistema di pensiero, ma dev’essere scomodissimo doverci convivere: come nuotare in un mare di merda. Non credo affatto che l’essere spedito in guerra a vent’anni, come capitò a mio padre, sia più formativo e esaltante della possibilità che io ho oggi, e della quale godo, di prendere un aereo a basso costo all’ultimo momento e di andare a fare il fine settimana ovunque mi venga in mente. Le possibilità di conoscenza che mi dà Internet in una settimana sono superiori a quanto appreso da mio padre durante tutta la seconda guerra mondiale. La stessa televisione, che tu deprechi, è un mezzo favoloso di apprendimento, esplorazione, scoperta e allegria - con i mille canali satellitari - e ci sguazzo con gioia, attivissimo, per niente passivo.
«Aspetto di vedere quale morte mi riserverà il destino. E se saprò esserne all’altezza. È la sola curiosità che mi resta». Così finisce, cupamente, il tuo libro. Io di curiosità ne ho ancora un milione e di sapere come morirò non me ne frega proprio niente. Ma proprio per questo, da oggi, ti voglio più bene.
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