Caro Socci, Don Chisciotte siamo noi

Dichiaro la mia parziale simpatia per le argomentazioni espresse ieri da Antonio Socci nell'editoriale intitolato «Don Chisciotte falso mito della libertà». Argomentazioni che si possono riassumere così: Don Chisciotte è un brav'uomo di scarsa levatura intellettuale, che si rincoglionisce leggendo i libri sbagliati. Da quel momento scambia la realtà per quello che ha in testa lui. In termini moderni e più seriosi si chiama ideologia.
La sua lettura coincide con il plot del libro. Come dire che «I promessi sposi» raccontano la storia di due ragazzotti di non grande intelligenza, che si vorrebbero sposare, peccato che il potente di turno non voglia (forse perché gradirebbe introdurre nel mondo un po' di casualità, com'è costume del Maligno, o forse perché gradirebbe introdurre e basta). Ma la realtà, che non è casuale, s'incaricherà di mandare a monte i disegni del cattivone eccetera eccetera.
Sgombriamo il campo dai falsi disaccordi. Quando uno è scemo è scemo e c'è poco da interpretare. La stupidità non s'interpreta. A «Forrest Gump» ho sempre preferito «Scemo & più Scemo», che trovo più intelligente e più (tragicamente) realista del celebrato modello «serio».
Ci sono però alcuni fatti da considerare. Uno è che se la lettura di un libro si limitasse alla considerazione del suo plot, ossia alla sua ossatura narrativa, le interpretazioni sarebbero abolite. Invece succede che dentro i grandi libri ci si navighi per secoli, trovandoci sempre nuove terre da esplorare. E non perché ce le vediamo noi, ma perché ci sono.
Se il «Don Chisciotte» o «I promessi sposi» dovessero piacere solo a condizione di aderire senza residui al pensiero dell'autore, tanti estimatori di questi capolavori non esisterebbero.
Invece i residui ci sono, e sono enormi. Auguro ad Antonio di scrivere davvero il grande romanzo che ha in animo, perché questo gl'insegnerebbe che a fare letteratura non sono solo i programmi dello scrittore ma anche le sconnessioni, gli errori, le porte infilate per sbaglio, così come a fare pittura sono non solo i cartoni e le sinopie ma anche le coincidenze cromatiche che il pittore spesso «trova» sulla tela e qualche volta anche i pastrocchi che l'oleosità del colore rende sempre incombenti.
Nella sua «Breve ma veridica storia della pittura italiana», Roberto Longhi procede alla sua analisi non già a partire dalle ideologie bensì dai temperamenti, dai caratteri dominanti e quindi - di lì discendendo secondo gli insegnamenti del nostro comune maestro Giovanni Testori - anche degli errori più ricorrenti, degli amori sbagliati, dei tic che la testardaggine e qualche volta la stupidità degli artisti hanno poi trasformato in storia dell'arte.
Così succede, come accadde a Collodi per Pinocchio, che quanto l'autore intendeva dire - e che va preso in considerazione con assoluta serietà - non è che una parte di ciò che è andato realmente dicendo. Perché la letteratura è fatta così, è il suo bello. Tante cose s'incontrano per strada, e spesso sono più loro che non le nostre idee - belle o brutte che siano - a fare letteratura.
Anche la vita è fatta così. Per dirne una: don Giussani, io e Antonio l'abbiamo incontrato per strada, non ce l'eravamo immaginato. E non c'è dubbio che la verità della nostra vita stia molto di più nelle sue parole e nella sua vita che non nelle nostre idee.
Ma, per tornare al «Don Chisciotte», che ne sarebbe della sua immensa fortuna se le disavventure del suo protagonista - dovute, dice bene Socci, all'ideologia - non suscitassero in noi, insieme alle risate, una grande pietà? Che ne sarebbe del capolavoro di Cervantes se nella stupidità di Chisciotte non trovassimo, disarmata proprio dalla stupidità, quella miseria che non vogliamo vedere in noi stessi, e che è la parte migliore di noi?
Perché noi siamo poveri erranti, hai voglia di eliminare le ideologie!, e il colapasta ci sembrerà e sarà per noi l'elmo di Mambrino, e Ronzinante sarà un focoso destriero, anche se è così vero che la nostra cavalcatura è fiacca, e debole il nostro spirito.
La libertà non è libertà dal limite, ma libertà dentro il limite. La nostra vera fortuna non è quella di evitare le illusioni (questo sì sarebbe un delirio d'onnipotenza!) ma di avere qualcuno con noi, che ci soccorra nella disgrazia, che veda la nostra demenza e ne abbia pietà, e non ci abbandoni mai. Questa compagnia è il più grande grido di libertà che esista: il più grande dono che Dio abbia fatto all'uomo. Quando parliamo di Don Chisciotte, non possiamo permetterci di dimenticare Sancio Panza. Altrimenti finiremmo per confondere la libertà con l'individualismo.
Per finire. Socci dovrebbe smetterla di contrapporre don Giussani e Cl. Anche perché ciò che resta di don Giussani è, insieme alle sue opere, il suo popolo. La passione per l'uomo e l'odio delle ideologie che don Giussani ha comunicato a noi, suoi poveri figli, hanno come conseguenza il servizio di quel popolo al quale apparteniamo. Pasci le mie pecore.
E anche le opere sono nate con quel popolo, dentro il popolo. Senza il quale, don Giussani si riduce inevitabilmente a un fatto del passato, a un ricordo pungolante e stimolante finché si vuole, ma frutto di una storia finita. Di lì all'ideologia il passo è breve, anche se poi ci si riempie la bocca di antiideologismo.