CAROL RAMA Un poco comune sesso del pudore

L’artista torinese, censurata nel ’45 dai nazisti, a 88 anni resta in guerra contro «il grande tabù». Ma la mostra fotografica in cui sarebbe comparsa nuda, in un’immagine di due anni fa di Dino Pedriali, è stata annullata

Carol Rama vive in un palazzo sul Lungopo a Torino, d’epoca e piuttosto signorile. Luce soffusa di un pomeriggio grigio, targhe d’ottone con nomi d’antan come Gabor, ascensore di legno stagionato e ferro battuto. All’ultimo piano, cioè il quarto, dove mi hanno detto di salire, non c’è nessun appartamento che corrisponda al nome Rama. Ma facendo una rampa di scale si arriva a una mansarda, il che è del tutto logico per un atelier-abitazione d’artista ma sembrava pretendere troppo! Entrando, lo sguardo si perde tra l’accumulo delle cose d’arte che sembrano il davanti e il dietro le quinte di una lunga attività, l’avanti e indietro nel tempo. Foto in bianco e nero, locandine di mostre, camere d’aria di biciclette in fila, idoli fallici africani che potrebbero essere sculture moderne o viceversa. L’intonaco è affumicato e carico di patina. Un urletto divertito, come per provare la voce, proviene dall’altra stanza. «È Carol» dice Franco Masoero, il suo gallerista torinese, che ha curato il catalogo e la mostra di incisioni che si è tenuta a ottobre a Ca’ Pesaro, Venezia. «L’aspetta di là».
L’artista ha 88 anni, è sotto tutela da un anno, tutte le visite vengono filtrate e anche l’esposizione fotografica programmata alla Galleria Luxardo di Roma per il 5 febbraio è stata annullata perché Carol doveva considerarsi incapace di intendere al momento in cui ha posato nuda per Dino Pedriali nel giugno 2005. Passando per la cucina, Masoero guarda un cesto di frutta e dice che qualche anno fa persino quella era disposta tipo natura morta. La treccia raccolta intorno alla testa come una corona è la prima cosa che noti di Carol. Gli occhietti sono vispi, come la voce, anche se l’artista è seduta per non affaticarsi. Le chiedo quando ha cominciato a farsi quella acconciatura. Risponde che è stato Man Ray a consigliargliela. Ma anche che le ricorda le donne che vedeva all’istituto psichiatrico quando andava a trovare la mamma ricoverata: «Si mettevano dei fiori e altri ornamenti nei capelli».
Il ricovero era il risultato del fallimento del marito. «Mio padre produceva automobili e biciclette, tra i suoi dipendenti c’era anche Valletta. È fallito a causa della Fiat e si è ritrovato in difficoltà economiche. Mia madre ha subito il ricovero». Il padre è il soggetto ritratto tra le lamette in un quadro appeso di fronte a Carol: «L’ho fatto in quel modo perché temevo per la sua vita. Si è suicidato, ma più avanti». L’opera di Carol è autobiografica, per farsi raccontare la sua vita basta farsi raccontare qualcuno dei pezzi che riempiono lo spazio. Lo dice anche Cladio Zambianchi nell’introduzione del catalogo: «Le immagini del passato rivivono, rimesse in gioco una per una con una limpidezza costruttiva e di segno; valgono come museo dell’immaginario dei temi e delle ossessioni dell’artista: ci si incontrano le lingue, la Nonna Carolina con le sanguisughe al collo, le mammelle e le dentature della Mucca Pazza, il Buster Keaton onanista, ani, vulve e peni»...
Come mai sembra tanto ossessionata dai soggetti di segno sessuale? «Perché quello è sempre stato il grande tabù». E perché da ragazza che viveva una gioventù protetta e dorata, dopo il fallimento del padre si è trovata catapultata nel mondo manicomiale dove le donne erano nude. La prima mostra, nel 1945, a Torino, è stata chiusa per oltraggio al pudore dai nazisti. «Chissà che fine hanno fatto le opere». Masoero mi mostra un altro catalogo, quello coi testi di Sanguineti, grande amico di Carol e autore di molte poesie su di lei, e le dita scorrono velocemente su soggetti come Opera n.11, dove un paio di scarpe col tacco lascia scoperta l’ambiguità di una suoletta interna a forma di fallo, o come Marta, una donna che defeca, o Eretica, accoppiamento zoofilo con un cane molto peloso. «In effetti erano cose inaccettabili a quell’epoca», dice il gallerista.
Carol parla di questi soggetti con una grazia graffiante priva di morbosità e che è ancora più lieve del segno grafico. Dice al gallerista di andare a prendere la scarpa. Masoero torna con una scarpa di bronzo che ha lo stesso aspetto fallico di quella del quadro. È molto pesante e quando, dopo averla guardata, la dO a Carol, lei sembra non avere la forza di reggerla e me la ripassa. Così fece nel 2003 quando ricevette il Leone d’Oro alla carriera alla biennale di Venezia dalle mani dell’allora ministro Giuliano Urbani e lo restituì subito per motivi ponderali! Nel 2004 un’ampia mostra antologica alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino sancì il ritorno definitivo di Carol Rama. Un secondo ritorno, visto che il primo fu quello che si deve a Lea Vergine, la quale incluse l’artista nella mitica mostra a Milano dedicata a «L’altra metà dell’avanguardia». Prima c’era stato un lungo periodo di oblio seguito alla morte di Anselmino, il gallerista italiano di Warhol che fece conoscere internazionalmente Carol Rama e la fece esporre a New York e Parigi, dove frequentava personaggi come Buñuel, il quale le diede un piccolo ruolo in Viridiana.
Nonostante gli spostamenti, la base è sempre rimasta Torino, questo atelier-abitazione. Ha mai pensato di trasferirsi altrove? «Mai». Qui, tra le sedie che circondano il letto-ottomana, si trovavano Massimo Mila e Calvino... Prima ancora Carol frequentava Felice Casorati e alle pareti c’è un suo ritratto della moglie che risale al primo periodo artistico. Ma è difficile attribuirle un maestro. Le chiedo di Pasolini, che appare in una foto appesa alla parete dell’altra stanza: «Era un uomo molto nevrotico e così intelligente da non riuscire a essere antipatico anche se si sforzava di esserlo». Perché non c’è anche lei nella foto con Pasolini, Man Ray e Anselmino? «Perché mi avevano fatto arrabbiare!».
Sotto la foto c’è un drago da passeggio di Carlo Mollino, l’architetto e designer che viveva a due passi da qui. «Era un uomo molto affascinante, ma aveva il complesso della statura, perciò non si considerava affascinante e in questo modo affascinava tutte le donne. È stato il mio più grande amore. Mi diceva: sei la mia donna ideale. Pensa che fatica. Non potevo neanche spostare le gambe per paura di infrangere l’immagine che aveva di me». Ha mai pensato di sposarsi, convivere?, mi viene da chiederle. Ma mi censuro perché è difficile concepire qualche presenza stabile, qui dentro, che non sia l’arte.