CARTIER-BRESSON L’attimo fuggente della meditazione

«L’immaginario dal vero» raccoglie scritti e disegni inediti del grande fotografo francese. Gli incontri con Jean Renoir e André Breton, l’estetica e le avventure di un artista che si definiva «soprattutto attento alla vita»

Henri Cartier-Bresson era uomo di genio. E come gli uomini di genio era dotato di molti talenti; era poliedrico, intuitivo (uno che si teneva alla larga dalle algide accademie e da una visione del mondo preconfezionata) e spaziava dalla fotografia alla pittura e alla regia con uguale passione e impegno. Un talento che si è espresso anche nella scrittura, come testimonia il volume L’immaginario dal vero (Abscontita, pagg. 100, euro 11), in uscita in questi giorni, in grado di cogliere fino in fondo l’anima di questo grandissimo fotografo che ha segnato un’epoca.
Il libro raccoglie una serie di scritti con tanto di foto e disegni; il classico livre de chevet a cui si torna e ritorna più volte, scoprendo sempre qualcosa di nuovo. Sono impressioni, schizzi, aneddoti, appunti veloci, riflessioni su di sé e sul mestiere di fotografo, quest’ultime fonte d’ispirazione per chi vede nell’artista un punto di riferimento e un maestro; sono intuizioni fulminanti, emozioni, ritratti di amici e incisivi reportage, tutto trasportato su carta con inchiostro di china; espressioni verbali e figurate che dello scatto hanno lo stesso vigore e la stessa intensità descrittiva, ma non il senso assoluto: se infatti l’attimo fuggente diventa un assunto inequivocabile in una foto, nel disegno o nella parola scritta tutto assume contorni più fluidi e soggettivi (modificabili-trasformabili). «Tornare al disegno, come ha fatto Henri Cartier-Bresson in questi ultimi anni - annota Gérard Macé nella prefazione - vuole dire rompere lo specchio, cioè accettare gli errori del mondo e la nostra imperfezione». «La fotografia - spiega a sua volta Cartier-Bresson - è per me l’impulso spontaneo di un’attenzione visiva perpetua che capta l’istante e la sua eternità. Il disegno, per la sua grafologia, elabora quello che la nostra coscienza ha colto di quell’istante. La fotografia è un’azione immediata, il disegno una meditazione».
Sfilano così, in modo arruffato e accattivante, frammenti di memorie, annotazioni sull’arte della fotografia, incontri con personaggi di spicco, tra i quali Jean Renoir o André Breton, e osservazioni varie, in una sorta di traversata aforistica esistenziale. E si rivela densa e movimentata la vita di questo infaticabile artista, sintetizzata nelle note biografiche in coda al libro. Nato nel 1908 a Chanteloup, in Francia, da una famiglia di industriali tessili, fin da piccolo Henri ha respirato «l’odore magico della pittura» nello studio dello zio pittore. Una giovinezza, la sua, trascorsa a studiare a Parigi, con una predilezione per Rimbaud, Proust e Joyce; anni in cui ha incontrato personaggi di spicco come Max Jacob e Max Ernst; e poi le prime foto in Costa d’Avorio; i viaggi alla scoperta dell’Europa e del Messico; il periodo a New York nell’ambiente bohème e il quartiere nero di Harlem; e di nuovo a Parigi, i lavori come regista (in Spagna gira il documentario Victoire de la vie sugli ospedali della Repubblica spagnola durante la guerra civile); arriva anche il tempo per i matrimoni, un paio, prima con Ratna Mohini, ballerina indonesiana, e in seguito con la fotografa Martine Franck.
L’uomo armato soltanto della sua Leica, la leggera e maneggevole macchina fotografica che si è adattata in modo organico al suo occhio, vive anche il brivido della detenzione e della fuga: viene fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in un campo di lavoro nella Foresta Nera; e ancora resiste nella Resistenza, fotografa la Liberazione di Parigi, gira documentari, organizza mostre in giro per il mondo che fanno sempre di più brillare il suo nome. Infine il grande passo, la mitica Magnum Photos, diventata in breve la più importante agenzia fotografica del pianeta, fondata con una serie di amici, tra i quali Bob, il leggendario Robert Capa («Capa lo vedo nell’abito di luce di un grande torero che non uccide; gran giocatore, si batteva generosamente per sé e per gli altri sempre nel turbine. Fatalità ha voluto che fosse colpito al sommo della gloria»).
Henri Cartier-Bresson trascorre lunghi periodi in Oriente, l’India diventa la sua casa e il buddhismo una filosofia da osservare; la Cina da esplorare, Cuba da raccontare. È il primo fotografo ammesso in Urss dopo la morte di Stalin. Ma ad un certo punto decide di ritornare al disegno, suo antico amore, incoraggiato da Tériade, Jean Renoir e Saul Steinberg. E poi ancora viaggi, prestigio, onori e glorie. Il resto è storia, fino alla sua scomparsa, il 3 agosto 2004, nella sua casa a Céreste (Alps de Haute-Provence), prima di compiere 96 anni. Diceva di sé: «Non sono un economista, né un fotografo di monumenti e neppure un giornalista. Sono soprattutto molto attento alla vita».
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