Casini ha telefonato a mia madre (ma era un robot)

Verso le 13.30 di ieri mi telefona trafelata mia madre, quarta elementare, 87 anni a ottobre, unico viaggio della sua vita a Roma nel 1970 per le nozze d’argento: «Mi ha appena chiamato Casini!». Sulle prime, lo confesso, ho pensato all’urgenza di un Tso (trattamento sanitario obbligatorio). Ma si dà il caso che la vegliarda sia lucidissima, non un’ombra di Alzheimer, anzi semmai una spiccata renitenza al rincoglionimento che fa ben sperare la prole per il futuro.
Ehi, vecchia, queste sì che son notizie. Che botta di vita. Ma sei sicura? «Certo che sono sicura. Conosco bene la sua voce, cosa credi? Era uguale precisa a quella che sento sempre in televisione». Racconta. «Sarà stata l’una e qualcosa. Squilla il telefono. Vado a rispondere. Pronto? “Scusi, sono l’onorevole Casini. Il 13 e 14 aprile, se va a votare, si ricordi di me”. Mi ha preso un po’ d’agitazione». Lo credo bene. Il candidato premier dell’Unione dei democratici cristiani non smetteva di parlare: «Mi ha detto: “Prima di tutto viene la famiglia...”, o qualcosa del genere, mi pare. Adesso faccio fatica a ricordarmi tutto perché sono andata in confusione. So soltanto che gli ho risposto: “Non dubiti. Anch’io ho molta stima di lei”». Ma senti. «Lo sai che a me Casini è sempre piaciuto. Se avessi ancora le gambe bòne per arrivare fino al seggio, il voto glielo darei volentieri».
E lui? «Come lui?». Non ha replicato? «Ha taciuto». Non ti ha ringraziato? «No». E tu? «Come tu?». L’hai salutato? «Sì, ovvio che l’ho salutato, ci mancherebbe altro. Grazie tante, onorevole, arrivederci, gli ho detto». E lui che cosa ti ha risposto? «Niente». Un bel maleducato, allora. «Cossa vuto che te diga...». Qui, data la mia naturale inclinazione alla malinconia, mi sono ricordato del dialogo finale tra William Parrish, il magnate interpretato da Anthony Hopkins, e Joe Black, la Morte che sotto le giovanili sembianze di Brad Pitt va a prenderselo a casa nel giorno del 60° compleanno. «È dura andarsene», sospira il miliardario guardando per l’ultima volta il cielo buio illuminato dai fuochi d’artificio sparati in suo onore. La Morte dal capello biondo: «Sì, lo è». E Parrish: «Questa è la vita. Che posso dirti?».
«Mi piacerebbe sapere perché Casini ha chiamato proprio me. Come fa a conoscermi?», mi ha riportato con i piedi per terra mia madre. Non ho avuto il coraggio di dirle che aveva da poco finito di parlare con la voce registrata del Pierferdi, meritatamente ribattezzato Pierfurby da Dagospia.
Diavolo d’un uomo! Come avrà fatto a procurarsi i tabulati di tutti gli abbonati Telecom timorati di Dio? Ma il Garante per la protezione dei dati personali, alias Authority per la privacy, non aveva decretato fin dal 2004, con tanto di provvedimento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, che «se la comunicazione elettorale è telefonica e il numero è tratto da un elenco pubblico, l’operatore deve specificare all’inizio della telefonata chi sta chiamando, perché e quali diritti ha la persona che risponde»? E soprattutto non aveva stabilito che «è comunque illecito effettuare propaganda elettorale telefonica, senza consenso specifico dell’abbonato, quando si usano sistemi automatizzati che effettuano chiamate vocali preregistrate»?
Alle 14.12 ho provato a interpellare il mio amico Roberto Rao, portavoce di Casini e candidato alla Camera per l’Udc nel Veneto e in Emilia Romagna. Il tempo di due squilli e ha staccato il cellulare. Eccone uno che non va a caccia di preferenze telefoniche.
Mai lasciare inevase le curiosità di un’anziana mamma, comunque. Non mi restava che chiedere lumi al diretto interessato, Pier Ferdinando Casini. Cosa che ho fatto alle 14.17. Voce catacombale, appena un sussurro: «Pronto». Sono Stefano Lorenzetto del Giornale, disturbo? «Dimmi, dimmi, dimmi». Mia madre sostiene d’aver ricevuto una sua telefonata un’oretta fa. «Io telefono a tutti quelli del Giornale». Mia madre non lavora al Giornale. «Infatti, ho chiamato tua madre come tutte le madri dei giornalisti». È straordinario. Mi piglia per il culo? «No, dài, è stato un messaggio registrato. T’ho fregato. Ma adesso io non posso stare al telefono, perché ho qua mio figlio che dorme e ho paura che si svegli. Hai capito tutto. Un abbraccio. Ciao ciao». Vi pare che potevo insistere col rischio d’interrompere il sonno del piccolo Francesco Casini, nato da appena cinque giorni?
Commento di mia madre: «A dir la verità, ero drìo dormir ànca mi quando el m’ha telefonà». Candidato Casini, non si svegliano le vecchiette per così poco. Disgraziatamente, poi, mia madre non ha nemmeno le gambe bòne.
Stefano Lorenzettostefano.lorenzetto@ilgiornale.it