Il caso Mortara, una polemica lunga 150 anni

Il 23 giugno 1858 a Bologna le guardie del Papa strapparono alla famiglia il piccolo ebreo Egdardo perché, battezzato di nascosto dalla servetta di casa, non poteva crescere in una famiglia "giudia»" Dando vita a una querelle mai sopita

Era un'afosa serata di giugno, i Mortara, benestante famiglia ebrea, si stavano mettendo a tavola nella loro casa di Bologna quando alcuni «birri» pontifici bussarono alla loro porta. In mano un mandato per prelevare il loro figlio Edgardo di 7 anni. Motivo, era stato battezzato dalla servetta cristiana, ergo non poteva vivere in una famiglia «giudia» ma doveva avere un'educazione consona alla sua religione. Il ragazzino venne portato a Roma per essere avviato alla religione cattolica, nonostante i disperati tentativi dei genitori di farlo tornare a casa. Sembra che lo stesso Pio IX si sia personalmente opposto a ogni mediazione. Lo Stato Pontificio venne abbattuto, il Papa Re costretto a ritirarsi in Vaticano, e i laicissimi funzionari del laicissimo Regno del Piemonte si recarono dall'ormai diciannovenne Edgardo per proporgli di tornare alla sua famiglia. Ricevendo un netto rifiuto: era e voleva rimanere cattolico.

Rimasero di stucco i molti intellettuali laici ma anche protestanti e cattolici, per tacer della comunità ebraica internazionale e di quanti in mezzo mondo avevano seguito la vicenda con il fiato sospeso per oltre dieci anni. Vale a dire dal 23 giugno 1858, quando i gendarmi di Bologna, territorio Pontificio, andarono a prendere il ragazzino ponendo fine a una diatriba iniziata qualche settimana prima con la confessione di Anna Morisi, 20 anni. La ragazza era da tempo a servizio in casa di Salomone Momolo Mortara e di sua moglie Marianna Padovani, nonostante una legge, evidentemente disattesa, proibisse ai cristiani di lavorare per gli ebrei e viceversa. Nel 1852, quando il piccolo Edgardo cadde gravemente malato, la servetta, battezzò di nascosto il piccolo temendo potesse finire al Limbo. Tenne il segreto per sei anni, poi all'inizio del '58 fece le prime ammissioni che giunsero alle orecchio del Sant'Uffizio. La Chiesa proibiva il battesimo dei bambini di famiglie non cattoliche, anche ammetteva che se il sacramento potesse essere amministrato, anche contro il volere dei genitori, in punto di morte. Principio ancor'oggi rispettato. A quel punto non c'era soluzione: un cristiano non poteva essere allevato da ebrei. Si tentò dunque una mediazione con i Mortara: il piccolo sarebbe entrato in un collegio di Bologna e a 17 anni avrebbe deciso del proprio futuro, ma la proposta fu rifiutata.

La Chiesa passò dunque all'azione di forza e si scatenò il putiferio, pare orchestrato da Cavour per mettere n difficoltà Pio IX agli occhi di Napoleone III, strenuo difensore del Pontefice. La polemiche si estese in breve oltre i confini nazionali ed europei. Molte furono le pressioni da parte di associazioni protestanti ed ebree, ma anche cattoliche, affinché Edgardo tornasse a casa. Ma il Papa fu irremovibile «Non possumus». Il piccolo nel frattempo era stato portato a Roma presso la «Casa dei Catecumeni», istituzione destinata agli ebrei convertiti e mantenuta proprio con le tasse sulle sinagoghe. Ai suoi genitori non fu permesso di vederlo per diverse settimane e, quando in seguito fu loro concesso, non poterono farlo da soli. Con loro però fu subito inflessibile, spiegando di non desiderare rientrare in famiglia per effetto di una «grazia soprannaturale» che lo tratteneva. L'anno dopo una delegazione di notabili israeliti ricevette una risposta ancora più fredda: «Non sono interessato a cosa ne pensa il mondo». Più tardi, a proposito della visita, ebbe modo di annotare nelle sue memorie: «Allorché io venivo adottato da Pio IX tutto il mondo gridava che io ero una vittima, un martire dei gesuiti. Ma ad onta di tutto ciò, sono gratissimo alla Provvidenza che mi aveva ricondotto alla vera famiglia di Cristo, vivevo felicemente in San Pietro in Vincoli». E nel 1867 a 16 per dimostrare la saldezza della sua fede entrò nel noviziato dei Canonici Regolari Lateranensi. Il 20 settembre del 1870 la presa di porta Pia chiuse la storia dello Stato Pontificio e subito dopo, su pressione dei Mortara, il nuovo capo della polizia, questa volta sabauda, si presentò al convento di San Pietro in Vincoli. Chiese al ragazzo se voleva lasciare quella vita ottenendo un nuovo rifiuto: Edgardo rimase in convento e a 23 anni venne ordinato sacerdote.

Poi iniziò un frenetico girare per il momento alla ricerca di ebrei da convertire, compreso i suoi famigliari, imparando ben nove lingue. Negli ultimi anni si ritirò in convento a Liegi dove morì l'11 marzo 1940. Ma l'eco della sua vicenda non spense neppure negli anni a venire. Divenne un simbolo dell'arroganza della Chiesa, argomento per alimentare la polemica anticlericale. Tanto da tornare di attualità quando nel 2000 avvenne la beatificazione di Pio IX. Indubbiamente il caso Mortara può apparire mostruoso se osservato e giudicato con gli occhi dell'uomo del Duemila, ma allora quelle erano le leggi dello Stato Pontificio nonostante, come visto, non fossero proprio osservate rigorosamente. Senza contare che Edgardo a più riprese rifiutò di rientrare nella comunità israelitica e nella sua famiglia. «Colpa dei condizionamenti e delle violenze psicologiche subite dopo essere stato portato a Roma» ha sostenuto proprio in occasione della beatificazione di Pio IX Elena Mortara, diretta discendente della famiglia bolognese. Come dire che a 150 anni di distanza la polemica non è ancora chiusa.

Commenti

Raoul Pontalti

Sab, 22/06/2013 - 17:20

Non ricorrendo alcun anniversario al riguardo, il 23 giugno è domani..., non si comprende la riproposizione di una vicenda che appartiene alla storia non in quanto all'accadimento in sé (in linea con la mentalità e le norme del tempo) che pertiene alla cronaca e per giunta minore, ma per la strumentalizzazione che ne venne fatta dai politici italiani del tempo e dai nemici della Chiesa (massoni, protestanti, etc.).